L’allargamento della NATO, la guerra che va ovunque
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BRUXELLES - Le cronache militari serie riportano gli avvenimenti in chiave decisamente diversa da quanto racconta Kiev su dettato angloamericano,
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
May 13, 2022 00:53 Europe/Rome
  • L’allargamento della NATO, la guerra che va ovunque

BRUXELLES - Le cronache militari serie riportano gli avvenimenti in chiave decisamente diversa da quanto racconta Kiev su dettato angloamericano,

ma quel che è certo è che i combattimenti non si riducono d’intensità. La genuflessione di Draghi a Washington ha avuto la sua prima reazione nel ricatto di Kiev a Bruxelles: l’Europa si fa dettare l’agenda energetica da Zelensky, al quale andrebbe semplicemente detto che se prova ad interrompere il gas all’Europa, sarà l’Europa a staccargli la spina e consegnarlo alla disfatta. Ma, sebbene gli interessi europei continuino ad essere una variabile minore di quelli USA, sembra farsi strada (timidamente) anche in Europa la necessità di arrivare ad una soluzione politica. Già da ora, però, le ripercussioni internazionali delle decisioni illegali occidentali in materia di sanzioni e blocco di esportazioni coinvolgono un territorio ben più ampio di quello russo o continentale.

Per quanto suoni ingiusto e fastidioso anche solo pensarlo, una guerra in Europa – il continente più ricco e centro nevralgico della finanza internazionale, situato tra Cina, Russia, Oceano Atlantico, Africa e Medio Oriente - non determina le stesse reazioni e conseguenze di una guerra nella (economicamente parlando) periferia del mondo.

Quando una parte intera del pianeta si fa coinvolgere per interessi geopolitici, la catena di conseguenze che si innescano è uno degli effetti della globalizzazione dell’economia, che vede un intreccio costante ed una reciproca dipendenza tra i paesi esportatori e importatori.

I supporters della NATO, politici, giornalisti e personaggi dello spettacolo, parlano con disinvolura di guerra convinti che dal salotto di casa si apprezzi la fiction e la distanza allo stesso tempo. Ma è proprio così? In conseguenza della guerra in Ucraina, la produzione di grano subirà una riduzione massiccia: l’Africa perderà moltissime delle sue forniture alimentari e la stessa Europa dovrà fare a meno del 40% del grano di cui ha bisogno. Il che può favorire autentiche tragedie nei luoghi dove l’indice nutrizionale risulta di gran lunga inferiore a quello corrente in Occidente. Si prevede infatti la crescita dei livelli di denutrizione nel continente africano e, con essi, l’innalzamento della mortalità e il rischio di nuove pandemie che, come si sa, non conoscono frontiere. Una crisi alimentare in paesi già al di sotto della soglia di consumo degli alimenti necessari, infatti, può facilmente innescare una vera e propria carestia con effetti devastanti sull’equilibrio sociosanitario e ambientale.

I riverberi ovvi saranno sull’Europa e la ripercussione a breve-medio termine di una crisi alimentare sarà l’incremento massiccio del fenomeno migratorio. La generalizzazione della crisi può infatti invertire il trend classico della migrazione - che è rappresentato dal movimento interno al continente africano - ed accentuare invece quello della migrazione transcontinentale, con ovvie ricadute pesanti su Italia, Turchia, Grecia e Balcani in prima istanza. L’impatto generale è difficile da calcolare, perché oltre ai noti problemi di governo e assorbimento dei flussi migratori, per la prima volta questi si darebbero in un continente che avrà già in corso una crisi energetica e alimentare a cui far fronte.

Ogni guerra ha delle caratteristiche comuni: produce odi incrociati e secolari, seppellisce integrazioni e rafforza divisioni destinate a ripresentarsi in forma nefasta nei successivi cicli storici. E per ogni guerra gli accordi di pace non esauriscono la guerra ma solo i combattimenti: le conseguenze sono pesanti e sono a breve-medio e lungo termine.

In un certo senso la guerra ma ne apre altre. Le crisi alimentari che una guerra produce rimandano all’interdipendenza della catena alimentare, ma una lettura che non si fermi all’analisi dell’epifenomeno e vada oltre, rileva come diventi prioritario il controllo delle stesse in un pianeta che dispone di risorse finite a fronte di teorie di crescita infinita. Una idea dello sviluppo non sostenuta dai dati e che proporrà quindi, con sempre maggiore centralità, la conquista di aree del pianeta che, oltre che idrocarburi e risorse minerali, siano ricche di acqua e di biosfera, autentici salvavita del secolo appena iniziato. Il tema, alla fine, è questo: le risorse sono al Sud ma il Nord ritiene di doversene appropriare.

Lo farà con guerre che riducono gli aspiranti commensali e titolari di diritti, dal momento che i think tank occidentali ritengono vi siano circa due miliardi e mezzo di persone “eccedenti” rispetto alla densità auspicabile per la governance del capitalismo. Le guerre sono certamente una maniera radicale per pensare ad un reset del problema ma anche gli strumenti finanziari come le sanzioni svolgono un ruolo nel delimitare l’accesso alle risorse attraverso l’indebolimento della crescita economica del Sud del mondo e, oltretutto, in assenza di concorrenza rendono più redditizia la vendita dei prodotti del Nord.

Il crescente ruolo delle sanzioni economiche rappresenta un fondamentale nei conflitti contemporanei. Uno strumento decisivo per il prima, durante e dopo il conflitto che tenta di abbattere le risorse del nemico procurando in automatico i vantaggi commerciali per chi le emette. I Paesi colpiti da sanzioni unilaterali statunitensi ed europei sono al momento 37 ma, secondo The Economist, le sanzioni USA colpiscono circa 100,000 persone e aziende in 50 paesi: il tutto vale il 27% del Pil mondiale.

La guerra è tragedia per i popoli e grande affare per l’indotto bellico e i suoi rappresentanti politici. Ogni punto percentuale di crescita delle azioni delle grandi multinazionali dell’apparato bellico corrisponde però ad una ecatombe umana. Gli Stati Uniti, che ad eccezione di 18 anni di pace hanno impiegato i rimanenti 228 anni della loro storia promuovendo guerre, sono il primo esportatore di armi al mondo ed hanno nel complesso militar-industriale (così lo definì Eisenhower, 34esimo presidente USA) il volano centrale della loro economia. Non è un caso allora che, essendo il primo esportatore di armi del mondo, siano anche il primo promotore di conflitti necessari alla vendita di quelle armi che, alla fine, contribuiscono a sostenere il loro fallimentare modello.

 

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