La Dottrina Monroe, arma invecchiata della politica Usa, sta diventando globale?
WASHINGTON - Da un lato c'è il “Vertice delle Americhe”, un incontro di routine e protocollare interpretato dagli Stati Uniti come fosse una festa accessibile ...
solo agli amici e su invito: fallita ancor prima di cominciare. Pare anche abbia scatenato uno scontro inteno tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato e Partito Democratico. Dall'altro lato, un vertice “Alba-TCP”: incontro politico dall’esito positivo che ha confermato la crescente cooperazione e integrazione del blocco democratico latinoamericano. Due eventi paradigmatici in sé, poiché esprimono due sistemi di valori, ideali e programmi opposti.
Ipotesi inconciliabili sulle relazioni possibili tra i diversi Paesi che abitano il continente. Tra le pretese del Nord e le rivendicazioni del Sud. Tra annessionismo e indipendenza. Inconciliabile è il concetto di sovranità nel rapporto con il gigante USA che, invece, segue la Dottrina Monroe. Una miscela di razzismo e di violenza, una veste sotto la quale si nasconde il saccheggio dei molti per la ricchezza di uno. Un anacronismo privo di senso, ragione e possibilità di accettazione.
La Dottrina Monroe, che è stata l'essenza della politica continentale degli Stati Uniti, invece di essere sottoposta a una profonda autocritica e a una totale revisione, come l'ingresso nel terzo millennio suggerirebbe, trova ora maggiore spazio politico nei corridoi della Casa Bianca. In un'esplosione di megalomania, parallela alla profondità della crisi di leadership, gli Stati Uniti credono di poter trasferire quanto disposto sull'America Latina all'intero pianeta. Una sorta di estensione della dottrina della sicurezza nazionale statunitense al mondo intero. In altre parole, ritengono che il loro dominio unipolare, ereditato dal crollo del campo socialista, debba approfondirsi e divenire irreversibile. Lo ritengono l'unica cura prescrivibile per il declino del potere economico, monetario, commerciale e militare degli Stati Uniti nel mondo.
La concezione proprietaria del pianeta, l'idea di poterne monopolizzare le risorse per colmare il divario tra la ricchezza che producono (24%) e quella che consumano (59%), credono sia l'unico modo per sostenere il loro modello fallito, che però si ostinano a proporre come unico. Basta consultare le statistiche della FAO per scoprire che un americano medio produce 730 chili di rifiuti all'anno, mangia 100 chili di carne, consuma 600 litri di acqua al giorno e brucia tanta energia quanto quattro italiani, 160 tanzaniani e 1.100 ruandesi. Le 700 basi militari statunitensi e le sei flotte da guerra degli Stati Uniti nel mondo servono a mantenere questo osceno squilibrio.
Più che ad una flessibilizzazione dell'imperialismo, assistiamo a un suo riavvitamento su se stesso, che nella sua smania onnivora non riesce più a concepire spazi, risorse e idee che non gli siano funzionali. Nei salotti del bon ton, dove la sinistra al caviale si fa destra, si dice che l'uso del termine imperialista è superato, che risponde a una dialettica scomparsa o che non è più attuale. Ma è vero il contrario.
Non esiste una parola moderna che contenga il suo pieno significato e non esiste nemmeno una politica che possa essere definita moderna. Il modernismo verbale fa parte degli utensili del vecchio vestito di nuovo. La dottrina imperialista si chiama imperialismo, è un'estensione globale della lettura coloniale.
L'obiettivo non è il governo, ma il suo dominio. L'imperialismo di oggi si basa sulla minaccia globale e sulla forza nucleare, sugli strumenti di controllo del mercato delle idee e sull'estensione in tutto il mondo della dottrina militare che è alla base dell'impero. È il feudalesimo atomico.
La ribellione latinoamericana, espressione di indipendenza dal Nord e di fratellanza con il Sud, assume forma di governo e rappresenta la sconfitta di ogni annessionismo aldilà di ogni circostanza. La lotta inconciliabile di chi non ha nulla da perdere perché nulla ha, contro chi ha tutto da perdere perché tutto possiede, è il nuovo capitolo del libro dell'umanità. Che si rifiuta di consegnare al capitalismo imperiale l'ultima pagina della sua storia.
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