Londra, bufera su manovra fiscale di Truss
LONDRA - La manovra era stata pesantemente bocciata dai mercati, travolgendo sterlina e titoli di Stato.
Il ministro delle Finanze inglese, Kwasi Kwarteng è stato licenziato dalla premier Liz Truss dopo solo poco più di un mese dal via libera del nuovo governo, nato dalla ceneri degli scandali dell'ex numero uno di Downing Street Boris Johnson. Niente riduzione delle tasse per le imprese, dunque, il nuovo ministro è Jeremy Hunt.
La Truss e Hunt si concordano la nuova direzione da dare all’economia del paese. Le linee guida del nuovo bilancio presentate lunedì sono apparse però come la conferma che la politica economica non sarà più pertinenza del primo ministro. Nella sua apparizione al parlamento, anticipata da quella televisiva in mattinata, Hunt ha infatti drasticamente ridimensionato anche quello che era in pratica l’unico provvedimento rimasto tra quelli inizialmente voluti dalla Truss.
Il tetto universale ai prezzi dell’energia fissato per i prossimi due anni durerà cioè solo fino all’aprile 2023, mentre in seguito riguarderà solo i redditi più bassi. Il nuovo pacchetto scritto da Hunt, secondo le sue stesse parole, porterà “fiducia e stabilità” all'Inghilterra, oltre che un risparmio di 32 miliardi di sterline l’anno. La nuova priorità di Hunt sarà dunque la “sostenibilità” del bilancio pubblico, così che a farne le spese non saranno solo i tagli alle tasse regressivi rivolti ai più ricchi, ma anche altri provvedimenti di portata più ampia come la riduzione delle tasse sul lavoro, dell’aliquota più bassa dal 20% al 19% e dell’IVA su determinati beni.
Il problema politico principale che deriva dai nuovi eventi ha appunto a che fare con la posizione del primo ministro. In primo luogo, il brusco cambio di rotta implica l’innesco di tensioni sociali esplosive. Anche se l’abortito “mini-bilancio” di Truss e Kwarteng non aveva nulla di progressista, quello di Hunt appena presentato rimette in tutto e per tutto l’austerity in cima alle priorità del governo. Inoltre, come già anticipato, è del tutto possibile, anzi probabile, che i malumori crescenti dentro il Partito Conservatore finiranno per costringere Liz Truss alle dimissioni in un futuro non troppo lontano.
La premier, al di là di quanto tempo riuscirà a guadagnare grazie all’arrivo di Hunt nella squadra di governo e alle regole interne al partito per la selezione della leadership, sembra essersi giocata tutto il proprio capitale politico. Fino a domenica, tre membri conservatori del parlamento erano venuti allo scoperto per chiedere la testa della Truss e un quarto si è subito aggiunto dopo il discorso televisivo del nuovo Cancelliere. A giudicare dalla storia recente e, soprattutto, dalla sorte di Boris Johnson, ci si può facilmente aspettare il moltiplicarsi delle richieste di dimissioni.
Il Sunday Times ha scritto nel fine settimana che un centinaio di deputati conservatori avrebbero già sottoscritto una lettera di sfiducia nei confronti di Liz Truss. I suoi oppositori starebbero valutando il possibile successore. Il nome che circola maggiormente è quello dell’ex Cancelliere, Rishi Sunak, sconfitto nel ballottaggio finale dalla Truss nel recente voto per la leadership “tory”. Sunak sarebbe molto gradito all’industria finanziaria inglese ed è visto come un elemento di stabilità, oltre che un possibile leader in grado di far recuperare consensi al partito in previsione delle elezioni del 2024.
I tempi per una mozione di sfiducia contro l’attuale leader dei “tories” non sono in ogni caso ancora maturi, quanto meno per ragioni di ordine legale. Le procedure del partito di governo ingleseo prevedono che non si possa tenere un voto interno nei primi dodici mesi dall’elezione del nuovo leader. Tuttavia, la regola può essere cambiata se esiste un consenso sufficiente per muoversi in questa direzione.
Al di là delle questioni di forma, se le pressioni su Liz Truss dovessero aumentare, la sua posizione diventerebbe insostenibile e la perdita di fiducia definitiva nel partito sarebbe sufficiente a decretarne la fine. Come ha ricordato ancora il Guardian, d’altra parte, nel caso sia di Theresa May sia di Boris Johnson, bastò l’avvertimento del possibile cambio delle regole interne al partito sull’elezione di un nuovo leader per convincerli a rassegnare le dimissioni prima di un umiliante voto di sfiducia.
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