L’Europa, se non si sveglia, è spacciata (seconda parte)
Dopo la crisi, chi poteva svalutare l’ha fatto, usando anche la leva della liquidità bancaria, come gli Usa, la Gran Bretagna, il Giappone e di recente anche la Cina. All’interno dell’Eurozona, ...
non potendo ricorrere alla svalutazione per correggere gli squilibri commerciali interni, si è ricorsi alle misure fiscali restrittive ed alla strategia della deflazione competitiva: politiche che interferiscono ancora pesantemente con gli obiettivi di stabilità monetaria della Bce e che mettono nuovamente a rischio la stabilità finanziaria, visto che la crisi economica indotta dalle misure restrittive danneggia il sistema bancario. Il Qe deciso da Francoforte ha esaurito i suoi effetti positivi sul cambio dell’euro sin dal suo primo annuncio, mentre sono state pressochè ininfluenti le successione estensioni ed ampliamenti. Dal punto di vista del contrasto alla deflazione, il risultato previsto attraverso un aumento dei prezzi all’importazione è stata nullo in quanto le quotazioni del petrolio e delle materie prime, espresse in dollari, sono cadute più del cambio dell’euro.
La Germania, che in più occasioni fu costretta in passato a rivalutare il marco per ridurre il proprio avanzo commerciale verso gli Usa, vive ora al riparo dell’euro e lucra ulteriormente dalla sua debolezza indotta dalle politiche monetarie della Bce, volte dapprima a ridurre il costo dei debiti pubblici e poi a ridare competitività internazionale all’Eurozona, senza poter incidere sugli squilibri commerciali interni.
Gli equilibri nel commercio internazionale sono stati ricostruiti in modo precario in quanto stati basati su una forte contrazione delle importazioni da parte dei paesi deficitari. Reggono solo tenendo bassi i salari ed alta la disoccupazione. Così come lo squilibrio precedente incontrava un limite sul piano finanziario internazionale, l’equilibrio attuale si fonda sulla tenuta sociale, politica e finanziaria interna, sempre più precaria.
Il lungo periodo di stabilità monetaria garantito dalle banche centrali, e la crescita economica pur basata su squilibri internazionali ed interni crescenti, erano stati proiettati all’infinito: nessuno aveva voluto fare i conti con l’incertezza radicale, con l’assoluta imprevedibilità del mercato stesso. Un altrettanto lungo periodo, caratterizzato da salvifiche crisi sociali e politiche, da deflazione salariale e dei prezzi e da bassa crescita, viene ora pronosticato come “stagnazione secolare”.
Serve una crescita economica in condizioni di piena occupazione, senza squilibri nei saldi del commercio internazionale nè deficit pubblici eccessivi: occorrono rapporti di cambio in grado di bilanciare velocemente i diversi livelli di competitività e misure creditizie coerenti. L’Europa, che non può fare niente di tutto ciò, avrebbe bisogno di cooperazione e di fiducia, con trasferimenti di risorse consistenti dalle aree più ricche a quelle più povere come avviene in tutte le aree monetarie nazionali, dagli Usa all’Italia, alla stessa Germania. Di questo neppure si parla, mentre non si richiede l’assorbimento del riequilibrio degli attivi commerciali e la stessa Bce non riesce neppure a riportare l’inflazione ai livelli desiderati.
Merving King ritiene che sia finita l’epoca dell’alchimia della moneta bancaria, quella in cui si asseriva ufficialmente di poter soddisfare magicamente ogni richiesta di ritiro di fondi a vista da parte dei depositanti, pur a fronte di immobilizzazioni illiquide. Tollerare squilibri strutturali, sottovalutare la imprevedibilità degli eventi e dei comportamenti umani, far mancare la collaborazione e la fiducia sono ancora oggi le tentazioni che minano dalle fondamenta la struttura dell’euro. Un’altra alchimia potrebbe svanire rapidamente, se non si pone rimedio ai quattro pericoli che hanno portato anche l’Europa alla crisi del 2008: tenere ancora insieme con la stessa moneta Paesi sempre più ricchi ed altri sempre più poveri.
Fonte: http://formiche.net/2016/04/03/europa-mervyn-king-the-end-of-alchemy/