Iraq: gli scenari possibili dopo le dimissioni di Al Mahdi
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di Davood Abbasi
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Dic 02, 2019 06:12 Europe/Rome
  • Iraq: gli scenari possibili dopo le dimissioni di Al Mahdi

di Davood Abbasi

Con la formalizzazione delle dimissioni del premier Adel Abdul Mahdi, accettate il primo dicembre dal parlamento iracheno, la nazione si trova davanti a diversi possibili scenari.

Ciò che hanno spinto Abdul Mahdi alle dimissioni sono le proteste delle ultime settimane che da più parti, vengono indicate come la ribalta dei vecchi quadri del partito Baath, quello di Saddam, e dei rimasugli dell’Isis, che sono però riusciti a farsi seguire da un numero consistente di scontenti, grazie alla quasi sicura regia degli Stati Uniti.

Secondo l’iter previsto dalla Costituzione irachena, il governo di Abdul Mahdi rimarrà al lavoro per un altro mese, per garantire le funzioni dello Stato, ed intanto toccherà al presidente della Repubblica, il curdo Barham Salih, affidare l’incarico di formazione del governo ad un nuovo personaggio, nel giro di 15 giorni.

Chiaramente l’incarico verrà affidato alla coalizione di maggioranza, ossia quella che riuscirà ad avere il 50% più uno delle preferenze dell’assemblea legislativa, esattamente 165 voti.

Colui che Salih incaricherà del nuovo mandato, avrà 30 giorni per presentare il nuovo esecutivo che avrà bisogno della fiducia del Parlamento. Qualora il nuovo governo non abbia la fiducia, il presidente avrà altri 15 giorni di tempo per incaricare un altro premier e se non ci sarà una nuova maggioranza, sarà il presidente della Repubblica a diventare premier reggente.

È chiaro che gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e sullo sfondo Israele, che sono le menti di questi giorni di disordini e instabilità in Iraq, vogliono che la situazione attuale prosegua e che persino il Parlamento iracheno venga prosciolto.

Gli attuali membri del Parlamento, infatti, non opteranno per un nuovo premier filo-statunitense e per questo, è prevedibile che le proteste ed il caos proseguano per mettere pressione al Parlamento di Baghdad. In queste condizioni, sembra più che mai pesante la responsabilità dei politici iracheni che mettendo da parte le divergenze, devono cercare di impedire che la loro nazione cadda in una situazione di totale vuoto di potere.

Gli organizzatori degli attuali disordini in Iraq, non a caso hanno cercato di introdurre tra gli slogan delle proteste, anche l’Iran.

È chiaro che la popolazione irachena, per il 60% sciita e per lo più imparentata con la popolazione iraniana, non può nutrire odio per la nazione vicina; Teheran è stata l’unica capitale islamica ad aiutare militarmente gli iracheni negli anni di battaglia contro l’Isis, ed è il principale partner economico di Baghdad. Gli Stati Uniti, che ritengono una minaccia per la loro influenza la collaborazione dell’Iraq con l’Iran, stanno cercando di colpire anche questo aspetto, attraverso le rivolte.

È sicuramente un passaggio importante ed una prova di maturità decisiva per la classe politica irachena, che ora deve dare la risposta. Gli sviluppi dei prossimi giorni serviranno a capire se il fronte guidato dagli Usa, dopo le dimissioni di Al Mahdi, otterrà pure il proscioglimento del Parlamento, o sarà quest’ultimo a designare il futuro della nazione, utilizzando i poteri democratici conferitigli dalla Costituzione.

Sarà uno scrutinio importante anche perchè rivelerà se gli Stati Uniti, che sul piano militare e politico sono stati sconfitti nella regione, sono ancora in grado di cambiare a proprio favore gli equilibri nelle nazioni, grazie a rivolte, rivoluzioni colorate e sommosse la cui dinamica è ormai ben nota, in tutto il mondo.

Anche in Libano, altra nazione considerata nella sfera d’influenza di Teheran, si sta sviluppando una situazione simile, e i criminali comuni che guidano le proteste violente, hanno inserito negli slogan dichiarazioni contro Hezbollah, che a detta di sostenitori e nemici di questa formazione, è e rimane il principale partito libanese e il più impegnato nel sociale, a favore dei ceti bisognosi. Anche lì, è chiara la presenza della regia statunitense.

Persino in Iran, nelle settimane scorse, c’è stato un tentativo simile, fallito miseramente in 48 ore, e solo in questi giorni, l’arresto di individui coinvolti nelle azioni violente, che erano in collegamento con la Cia, sta confermando ulteriormente che si tratta di un grande piano destabilizzante.