La rivolta del 1963: l'inizio della Rivoluzione Islamica del 79' - 3a p.
Tehran - Il 22 marzo 1963, anniversario del martirio del sesto Imam Jafar Sadiq (as), ...
si sarebbe dovuta celebrare una cerimonia alla scuola teologica di Qom (Feiziyyeh). Migliaia di persone si recarono a Qom per passare la loro vacanza vicino al Santuario di Hadrat Fatima Masumah (sa). In questo storico giorno, mentre il giardino di Feiziyyeh era stracolmo e la folla somigliava alle onde del mare, e le guide religiose, una dopo l’altra, si avvicendavano dal minbar per parlare alla folla, cercando di approfittare di tale opportunità per risvegliare il popolo, gli agenti dello Shah cominciarono a mettere in opera il loro piano nefasto e traditore per distruggere l’Islam e gli illuminati precetti del Sacro Corano.
Gli agenti dello Shah, armati di mazze e bastoni, si scagliarono senza pietà contro gli inermi studenti di teologia e i loro insegnanti. I combattenti dell’Islam, i sapienti religiosi rivoluzionari, allevati alla scuola di pensiero ed azione del Corano, furono colpiti al punto di cospargere il loro sangue sul terreno. Decine vennero martirizzati e gravemente feriti. Vennero bruciate le copie del Sacro Corano e qualsiasi altro libro che gli agenti del regime tirannico poterono trovare.
Gli assassini dello Shah, invece di dare una risposta logica e corretta ai desideri ed alle aspirazioni del popolo musulmano, il quale chiedeva solo la rottura delle relazioni politiche, militari ed economiche con Israele, e che si era adattato alla povertà e ad una dieta di datteri e pane secco in un paese che possiede enormi ricchezze naturali, risposero con uccisioni, torture e saccheggi. Il 25 di Shawwal, giorno del martirio dell’Imam Jafar as-Sadiq (as), che era sempre stato un giorno di lutto e tristezza, lo divenne ancor di più dopo questo massacro.Alcune persone corsero ad avvertire le autorità religiose dell’attacco.
Trovarono la porta della casa dell’Imam Khomeyni aperta. Quando entrarono e gli raccontarono quanto avvenuto, l’Imam disse: “Non siate tristi o preoccupati. Non spaventatevi. Scacciate da voi la paura e l’ansia. Voi siete i seguaci di guide (i Profeti e gli Imam, n.d.t.) che perseverarono in mezzo alle difficoltà e alle tragedie. Quello che noi vediamo oggi non è nulla se paragonato a quello che hanno sofferto le nostre grandi guide, le quali hanno vissuto un giorno come quello di Ashura e una notte come quella del 11 di Muharram: essi hanno offerto tutto nel cammino della religione di Dio. Di che cosa parlate voi ora? Di che cosa avete paura? Perchè siete ansiosi? E’ una mancanza per chi come voi pretende di seguire Hazrat ‘Ali e l’Imam Hossein perdersi davanti alle malefatte dell’attuale regime. Il regime si è rovinato da solo compiendo questi crimini. Esso ha mostrato chiaramente la sua essenza di Gengis Khan. I suoi metodi tirannici hanno provocato la sua sconfitta definitiva.
Noi abbiamo vinto. Avevamo chiesto a Dio che questo regime mostrasse la sua vera natura e si screditasse. Le grandi guide islamiche sono state uccise, imprigionate e sacrificate per preservare l’Islam e i precetti del Sacro Corano. Esse hanno preservato e ci hanno trasmesso la religione islamica. Oggi è nostro dovere prepararci a fronteggiare qualsiasi difficoltà per difendere l’Islam e stroncare le mani dei traditori.”L’Imam Khomeyni sapeva che l’unico scopo di questo spargimento di sangue da parte dello Shah, dei massacri, della svendita della nazione, della sua dittatura, era quello di distruggere il movimento che si era creato attorno a lui, dei combattenti dell’Islam e degli Hezbollahi. Egli sapeva che sacrificarsi sul cammino di Dio e per le creature di Dio vuol dire vincere e perdere, essere rispettati e insultati, essere frustati, martirizzati e centinaia di altre difficoltà. Non ci si può aspettare che una persona che si muove per una meta così alta, sacra e pura quale è l’instaurazione di un ordinamento di giustizia sociale e di precetti islamici, trovandosi a dover fronteggiare gli oppressori nella battaglia tra verità e menzogna, non sia pronta a sopportare le torture, il carcere ed altre indicibili sofferenze.Egli sapeva che questo sangue sparso ingiustamente nel giardino della Madrasa Feiziyyeh avrebbe ribollito. I crimini e i massacri dello Shah non sarebbero stati dimenticati. Egli sapeva che il dispotico regime non avrebbe, mai e poi mai, potuto lavarsi le mani del sangue innocente di tante persone.
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