Siamo al termine dell'illusione dell'onnipotenza americana?
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Pars Today - Il professor Jeffrey Sachs della Columbia University ha affermato: «La guerra in Iran è stato il momento in cui il mito dell'onnipotenza americana si è scontrato con la realtà».
(last modified 2026-05-05T06:47:09+00:00 )
May 04, 2026 18:18 Europe/Rome
  • Professore Jeffrey Sachs della Columbia University
    Professore Jeffrey Sachs della Columbia University

Pars Today - Il professor Jeffrey Sachs della Columbia University ha affermato: «La guerra in Iran è stato il momento in cui il mito dell'onnipotenza americana si è scontrato con la realtà».

Secondo il professore della Columbia University non si è trattato solo del fallimento di un governo o di un presidente, ma piuttosto «del crollo dell'intero progetto di politica estera statunitense post-Guerra Fredda. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, Washington ha scambiato un vuoto temporaneo per un dominio permanente e si è autoproclamata una "nazione indispensabile", ma la fantasia di un mondo unipolare era un'illusione fin dall'inizio». Sachs sottolinea che «la fine dell'egemonia occidentale non è iniziata con Trump, ma affonda le sue radici nel 1945, poiché il dominio europeo e poi americano non è mai stato permanente, bensì una situazione eccezionale basata sulla precoce industrializzazione e sullo sviluppo industriale, a sua volta fondato sullo sfruttamento delle risorse dei paesi coloniali».

L'aggressione militare contro l'Iran ha rivelato la realtà che gli Stati Uniti «avevano raggiunto i limiti del loro potere, non solo a causa di un'operazione militare fallimentare, ma perché il mondo che un tempo consentiva il dominio americano non esiste più. Washington non può più imporre i propri obiettivi alle principali potenze regionali. L'Iran ha resistito a sanzioni, guerre per procura e scontri diretti, ha mantenuto la sua coesione interna, ha rafforzato le sue alleanze regionali e ha messo a nudo i limiti del potere coercitivo americano».

«Di conseguenza», sostiene Sachs, «non si è trattato solo di una sconfitta militare, ma anche strategica e ideologica. La classe politica americana continua a comportarsi come se qualsiasi Paese che resista alle pressioni di Washington avesse violato l'ordine naturale del mondo, quindi la resistenza dell'Iran non viene vista come una realtà geopolitica, bensì come una forma di intollerabile sfida. Si mette in discussione la convinzione americana di poter controllare permanentemente i sistemi globali, affermando che Washington ha ripetutamente sovrastimato la propria influenza. La Russia è uscita dall'isolamento finanziario, la Cina ha costruito sistemi paralleli e l'Iran si è adattato alle circostanze. L'idea che l'America potesse congelare le economie a piacimento apparteneva a un mondo che non esiste più».

«Quindi, mentre Washington era ossessionata dall'idea di dominio militare, il vero cambiamento stava avvenendo altrove. L'Asia, che ospita il 60% della popolazione mondiale, si stava reindustrializzando, innovando e superando l'Occidente nelle tecnologie chiave. La guerra con l'Iran non è stata solo una battuta d'arresto, ma un momento in cui l'America si è trovata di fronte a un mondo che non controllava più. Anche John Mearsheimer, teorico del realismo aggressivo, concorda con questa analisi, seppur da una prospettiva diversa. Sostiene che la guerra non solo non ha indebolito la potenza militare americana, ma ne ha anche drasticamente ridotto la "capacità di proiezione di potenza"». Secondo Jeffrey Sachs, il nuovo coinvolgimento degli Stati Uniti nel pantano mediorientale è esattamente ciò di cui la Cina aveva bisogno per consolidare la propria posizione in Asia.

«L'establishment della politica estera statunitense», afferma, «è intrappolato in una mentalità che considera ogni potenza indipendente una minaccia. In questa visione del mondo, la diplomazia è praticamente impossibile e il conflitto è inevitabile». Il professore sostiene che nessun presidente americano, repubblicano o democratico, può invertire il declino a lungo termine dell'egemonia occidentale o l'ascesa dell'Asia. Il vero problema non è la personalità di Trump, ma l'incapacità di Washington di adattarsi a un mondo in cui non è più l'unica superpotenza. Sachs pone la domanda cruciale: «Washington può abbracciare un mondo multipolare, o continuerà a combattere guerre perse in partenza, inseguendo un passato che non può essere cancellato? La risposta a questa domanda determinerà il destino del futuro ordine mondiale».