Pars Today intervista Mandana Pourian tra medicina, progresso scientifico, patriottismo e hijab
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Pars Today - Il medico iraniano Mandana Pourian, diplomata alla scuola Farzanegan, ha ottenuto il primo posto al Festival scientifico Kharazmi, la medaglia d'argento nazionale alle Olimpiadi di Biologia e il primo posto all'esame di pre-internato.
(last modified 2026-05-19T06:30:18+00:00 )
May 19, 2026 07:43 Europe/Rome
  • La dottoressa Mandana Pourian, medico iraniano
    La dottoressa Mandana Pourian, medico iraniano

Pars Today - Il medico iraniano Mandana Pourian, diplomata alla scuola Farzanegan, ha ottenuto il primo posto al Festival scientifico Kharazmi, la medaglia d'argento nazionale alle Olimpiadi di Biologia e il primo posto all'esame di pre-internato.

La dottoressa Mandana Pourian lavora attualmente nel reparto di radiologia dell'Istituto Tumori dell'Ospedale Imam Khomeini di Tehran, distinguendosi per dedizione e aggiornamento costante nella sua specializzazione. Ama profondamente il suo Paese e il suo sogno è costruire un "Iran islamico avanzato". Per conoscere più da vicino questo medico iraniano, Pars Today ha realizzato un'intervista, di cui pubblichiamo alcuni estratti:

 

- Ci può fare una sua breve presentazione?

Sono Mandana Pourian. Medico specialista in radiologia con una borsa di studio in diagnostica senologica, membro del corpo docente dell'Università di Scienze Mediche di Tehran e impiegata nel reparto di radiologia dell'Istituto Tumori dell'Ospedale Imam Khomeini. Oltre alla mia professione, sono madre di due figli e appassionata di natura e poesia.

 

- Dottoressa, ci parli un po' della medicina, in particolare della radiologia, e del motivo per cui ha scelto questa specializzazione.

La medicina è una disciplina di immenso valore perché ha a che fare con la salute e la vita delle persone. Dal mio punto di vista, ogni passo che aiuta gli esseri umani a vivere senza dolore e sofferenza è inestimabile, ed è questo il fattore che mi ha avvicinato alla professione medica. Inoltre, è una scienza dinamica, poiché è a contatto con le persone, e il corpo umano è una storia a sé. Ho scelto la radiologia perché era più in sintonia con le mie attitudini e il mio carattere, e col passare del tempo sono sempre più soddisfatta di questa decisione.

 

- Lei è membro del corpo docente dell'Università di Scienze Mediche e lavora come professore assistente nel reparto di radiologia dell'Istituto Tumori dell'Ospedale Imam Khomeini. Qual è la situazione dell'Iran nel campo dell'oncologia e dei relativi trattamenti?

In questo settore sono stati condotti e sono tuttora in corso numerosi studi e ricerche in Iran, e disponiamo di ottime terapie. Anche nel campo della radiologia sono state portate avanti attività eccellenti e oggi utilizziamo tecnologie che persino a livello mondiale si trovano ancora in fase di ricerca. In questo ambito ci avvaliamo inoltre dell'intelligenza artificiale per l'elaborazione di referti e analisi. Nel complesso, nonostante le sanzioni occidentali, procediamo di pari passo con il resto del mondo.

 

- Dottoressa, uno dei suoi tratti distintivi è l'hijab completo. Qual è la sua opinione al riguardo?

Credo che l'abbigliamento faccia parte dell'essenza umana e che l'essere umano sia stato creato con questa caratteristica. A mio parere, il vestiario ha un rapporto diretto con il pudore, e il pudore è una dote innata, in modo particolare per le donne. Questo tema riveste un'importanza speciale anche dal punto di vista religioso. Nell'Islam, l'hijab è raccomandato per le donne a causa della loro maggiore attrattiva, e una donna velata si sente più a suo agio in molteplici interazioni sociali. Amo molto l'hijab, mi ha permesso di essere presente nella società con maggiore tranquillità.

 

- L'hijab ha reso il suo lavoro più difficile?

Assolutamente no. Per me l'hijab rappresenta una protezione che mi permette di presentarmi nella società e sul posto di lavoro in modo più confortevole e con maggiore sicurezza in me stessa.

 

- Qual è il suo pensiero sull'Iran e perché ha scelto di rimanere nel Paese?

Avverto un forte senso del dovere nei confronti della mia società e del mio Paese. Mi considero responsabile di fronte al sangue dei martiri della patria, che hanno sacrificato la vita per difendere questa terra. Inoltre, nessun luogo può sostituire la patria. La serenità che provo accanto a chi parla la mia stessa lingua, nella terra in cui sono nata e in cui affondano le mie radici, non potrei mai trovarla in nessun'altra parte del mondo.

 

- Lei ha parlato dei martiri con grande emozione. Qual è la sua convinzione al riguardo?

Nutro un profondo rispetto per i martiri. Erano individui eccezionali e diversi, che hanno dato la vita per la patria. Il loro sangue mi ha affidato il dovere di restare e di servire il popolo attraverso la mia professione.

 

- Che posto occupa l'Iran per lei?

Lo amo profondamente.

 

- Qual è il suo augurio per l'Iran?

Il desiderio di un Iran islamico avanzato.

 

- Lei è rimasta a Teheran durante la guerra. Che esperienza è stata e perché non è andata via?

La guerra ha rappresentato per me un'opportunità per conoscere me stessa. La domanda era: in queste circostanze, quale contributo posso dare? Ho dichiarato la mia disponibilità ovunque ci fosse bisogno della mia specializzazione. Con quel conflitto ho compreso ancora di più quanto ami questa terra e questo Paese.

 

- Ci racconti qualcosa della sua vita familiare.

Mio marito è un cardiochirurgo e membro del corpo docente universitario. Siamo sposati da circa 14 anni e ho un figlio e una figlia.

 

- La vita con un chirurgo non ha reso le cose più difficili?

La verità è che l'esistenza di ogni medico è intrecciata con la sua professione. L'ansia per le cure dei pazienti, il monitoraggio delle loro condizioni cliniche, sono questioni che ci si porta a casa. Il fatto di essere entrambi medici ha generato una comprensione reciproca delle rispettive situazioni e delle difficoltà lavorative. Vivere con un cardiochirurgo comporta inevitabilmente delle sfide. I suoi lunghi turni di guardia, gli interventi chirurgici complessi e delicati, l'insegnamento: tutto questo fa sì che mio marito sia meno presente, ma è stata una mia scelta consapevole. Non è solo mio marito, è anche mio amico e collega. Ho cercato, con il supporto e la comprensione, di non ostacolare la sua carriera. Sono convinta che il nostro Paese abbia un bisogno vitale di queste specializzazioni, e ho ritenuto mio dovere sostenerlo affinché molti pazienti possano essere curati attraverso le sue competenze. Ho fatto un patto con Dio e credo che sia Lui a concedere grazia e benedizione alla nostra vita.

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- Oltre alla medicina, quali sono le sue passioni?

La lettura, la letteratura, in particolare la poesia, l'arte, la musica e, naturalmente, i viaggi.

 

- Ama viaggiare? Ha un ricordo particolare legato a un viaggio nelle città dell'Iran?

Poco tempo fa abbiamo fatto un viaggio in famiglia a Qeshm e abbiamo navigato con una barca nelle acque del Golfo Persico. Per tutto il tempo ho pensato a come fosse possibile cedere anche un solo palmo di questa terra e di questo Paese al nemico. È un'idea assolutamente intollerabile. Sono disposta a cedere la vita, ma non la mia terra. L'Iran è pieno di bellezze e meraviglie, ed è un concetto che ripeto costantemente ai miei figli.

 

- Cos'è la speranza secondo lei?

La speranza dà all'essere umano la motivazione per impegnarsi di più. È come una luce accesa in lontananza, capace di illuminare e definire il cammino e l'obiettivo delle persone.

 

- Qual è uno dei suoi più grandi desideri?

Poter essere presente sui palcoscenici globali come rappresentante di un Iran islamico avanzato, e fare in modo che questo sentimento e questa motivazione alberghino in tutti i miei connazionali.

 

- Un'ultima riflessione?

Ritengo che l'Iran non abbia bisogno di nulla. Questa terra racchiude in sé montagne, pianure, mari, miniere e ogni tipo di risorsa. Ha un popolo intelligente e colto. Dal mio punto di vista, sia sotto il profilo religioso che nazionale, l'Iran è un Paese straordinario. Le sue meraviglie devono essere trasmesse alle generazioni future, ed è nostro dovere, con ogni mezzo e competenza a nostra disposizione, far conoscere l'Iran a chi verrà dopo di noi e diventarne i custodi.