Un santuario islamo-cristiano nei pressi di Varna (1a parte)
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Pellegrinaggi a luoghi santi e richieste di intercessioni miracolose erano comunque ...
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Lug 15, 2019 01:15 Europe/Rome
  • Un santuario islamo-cristiano nei pressi di Varna (1a parte)

Pellegrinaggi a luoghi santi e richieste di intercessioni miracolose erano comunque ...

più efficaci quando accompagnate dal sacrificio di una pecora o di un montone, atto che  consentiva al devoto di esercitare la più sacra delle virtù musulmane – la carità (sadaqa) – e lo rendeva quindi ancora più meritevole della grazia richiesta. La vittima del sacrificio era infatti spesso consumata in un pasto comune a cui partecipavano anche i dervisci addetti al luogo santo, ed ecco che ci si palesa allora la magnificenza della grande cucina della nostra tekke, dove probabilmente venivano preparati gli animali offerti dai pellegrini, pellegrini musulmani ma forse anche cristiani, e già prima della mutazione ufficiale della titolarità del luogo. L’usanza del sacrificio – dal valore notoriamente apotropaico oltreché propiziatorio – in onore del santo e per la propria salute spirituale non meno che materiale non poteva non essere divenuta a tutti familiare.

La doppia attribuzione del santuario a due figure apparentemente distanti, e comunque appartenenti a due religioni considerate distinte e talvolta contrapposte, non è un fatto insolito nell’area balcanica, tanto meno là dove è giunta l’azione conciliatrice dell’ordine Bektasi. L’espansione dell’influenza della confraternita in questa zona è infatti avvenuta non in modo violento e coercitivo ma piuttosto attraverso una metodica azione di fusione tra le caratteristiche di alcuni personaggi tradizionalmente cari alla devozione turca e già assorbiti dall’agiografia Bektasi – ad esempio Sari Saltik, una delle figure più tipiche in questo senso – e quelle di santi cristiani, con la conseguente creazione di un patrimonio di leggende i cui protagonisti, musulmani in origine, finiscono spesso per assumere caratteristiche e prerogative dei santi della tradizione ortodossa, e l’istituzione di santuari “doppi“, a cui potessero accedere liberamente, e soprattutto spontaneamente, fedeli di entrambe le religioni. Tanto si è dato per il santuario di Akyazili Sultan, il quale sorge oltretutto in una zona che tra l’altro rappresenta – checché ne dicano i custodi del “museo”, sorta di integralisti laico-cristiani – uno dei principali centri di stanziamento dei gaugazi nei Balcani.

Com’è noto, i gaugazi sembra debbano il loro nome, alquanto storpiato nel corso dei secoli, al selgiuchide ‘Izzod–Din Key-Kavus III (1246-1280) che, in fuga dai suoi domini anatolici, soggiornò per breve tempo, a partire dal 1261, in quella che doveva poi essere conosciuta col nome di Dobrugia come vassallo dell’imperatore Michele VIII Paleologo (1258-1282), prima di rifugiarsi alla corte di Berke, khan dell’Orda d’Oro (1257-1266), in quella Crimea in cui morì nel 1280. Dopo lunghe peripezie, almeno una parte dei discendenti dei guerrieri che, con le loro famiglie, avevano seguito Key-Kavus nel suo esilio balcanico, si stanziarono definitivamente in Dobrugia, mantenendo poi nei secoli la fede cristiana che avevano nel frattempo acquisito.

 Alla testa delle famiglie che raggiungono i loro uomini, soldati selgiuchidi, in Dobrugia, e poi del popolo turco al gran completo che vi fa ritorno dopo la morte di Key-Kavus e la parentesi crimeana, troviamo il già citato Sari Saltik, personaggio per così dire emblematico di un mondo in cui confluiscono miti e tradizioni dalle origini più disparate. E’ figura che si vuole affondi le sue radici nel più remoto passato turco pre-islamico, e dovrebbe comunque avere un’origine centroasiatica se è stato possibile ipotizzare una contaminazione tra questo personaggio e Satuq Bughra-Khan, tradizionalmente ritenuto il primo sovrano qarakhanide convertitosi alla fede islamica.

E’ comunque in un secondo tempo che Sari Saltik diventa una figura dalla personalità multiforme, e ancor più affascinante, quando cioè viene “adottato” dai Bektasi: al punto che Hasluck poté definirlo “the Bektashi apostle par exellence of Rumeni”. Perché “ apostolo per eccellenza”? Secondo i Bektasi, Sari Saltik sarebbe stato allievo di Hoca Ahmed Yesevi (m.1167) e quindi condiscepolo di Haci Bektas (m.1337); in un secondo tempo, trasferitosi in Anatolia, sarebbe stato inviato dal sultano Orhan (1324-1360) ad islamizzare la Rumelia. La sua è in pratica una di quelle figure dai connotati incerti che sono state assorbite dalla tradizione Bektasi – e poi utilizzate come ponte tra le due religioni – grazie alla sua propensione ad assimilare le caratteristiche più popolari della santità “alla cristiana”, che proprio in Dobrugia ha avuto una particolare rilevanza. In seguito a questo processo di identificazione, Sari Saltik era venerato dai cristiani come S. Naum, S. Spiridione e soprattutto S. Nicola, in base alle avventure, in bilico tra il miracoloso e il rocambolesco, che avrebbero fatto seguito alla sua partenza da Bursa. Ucciso un drago dalle sette teste in Dobrugia e smascherato con un’ordalia un monaco che cercava di assumersene il merito, Sari Saltik concluse le sue peregrinazioni a Danzica dove avrebbe eliminato il locale patriarca Nicola e ne avrebbe preso il posto assumendone vesti, dimora, dignità e funzioni, guadagnando così proseliti all’Islam; dopo la morte, il suo corpo si moltiplicò in sette corpi diversi – quaranta secondo un’altra versione – che furono poi sepolti in altrettanti luoghi, disseminati addirittura tra la Svezia e Adrianopoli.

Duplice natura, dunque: benché Sari Saltik fosse tenuto in alta stima dai musulmani, tanto da indurre Berke Khan – con evidente anacronismo – ad affidargli la guida del suo popolo, il patriarca di Costantinopoli gli consegna in tutta tranquillità un figlio di Key – Kavus, ormai diventato monaco cristiano, “dal momento che egli sa che Sari Saltik è un uomo santo“.

Sotto la sua guida, il principe diventerà un pio derviscio, assumendo i poteri soprannaturali del maestro e finendo per fondare a sua volta l’ordine dei Baraqi. Anche per il misterioso Akyazili Sultan, che i Bektasi – si noti – consideravano al pari di Haci Bektas e Sari Saltik discepolo di Hoca Ahmed Yesevi, riteniamo si possa ipotizzare un processo di identificazione analogo nelle linee essenziali: la tradizionale devozione degli immigrati per un personaggio dalle incerte origini giunto dall’esterno come loro o con loro si è sovrapposta a quella degli indigeni verso la figura di S. Atanasio, non meno venerato di S. Nicola o di altre figure dell’agiografia ortodossa. Un’ipotesi di questo genere sembrerebbe trovare conferma in una proprietà comunemente attribuita al santo della tekke, quella cioè di protettore degli armenti, che ben si attaglia ai costumi seminomadi dei primi gagauzi. Per lungo tempo solo i musulmani poterono avvalersi di questa virtù, per cui si dovrebbe pensare che i gagauzi, pur avendo importato in Rumelia il culto di un santo protettore degli animali, potrebbero a rigore aver perduto il “diritto” – se non la consuetudine – a giovarsene dopo la loro conversione nel XIII secolo.

 

Fonte: http://islamshia.org/un-santuario-islamo-cristiano-nei-pressi-di-varna/