Un santuario islamo-cristiano nei pressi di Varna (2a parte)
L’attribuzione ufficiale dei santuari procede comunque di pari passo con le vicende politiche del territorio di appartenenza.
Le continue guerre turco-russe, le incursioni delle bande di saccheggiatori al servizio del famoso pascià di Vidin Osman Pasvantoglu, spinsero molti gagauzi ad emigrare verso la Russia, mentre sull’altro fronte il conseguimento della indipendenza da parte di Romania e Bulgaria (1878) fece sì che molte famiglie musulmane lasciassero la Rumelia per la Turchia. Queste vicende ebbero notevoli ripercussioni anche sulla tekke, portando ad un rapido aumento delle prerogative di S. Atanasio, che finì per diventarne l’unico titolare, per dir così. Mentre infatti, ancora nel 1872, la tekke ospitava ventisei dervisci ed era uno dei santuari musulmani più venerati della Dobrugia (Evliya Celebi, forse con la sua consueta enfasi, aveva definito il mausoleo secondo solo ai santuari di Najaf e Karbala), appena una decina di anni dopo i dervisci si erano ridotti a uno, e nel 1883 veniva riconosciuto ufficialmente il culto di S. Atanasio, che intanto già da alcuni decenni aveva iniziato ad operare in favore dei suoi correligionari come protettore delle mandrie. Nel 1894, infine un greco esperto delle antichità di Varna poteva scrivere: “…Questa tekke un tempo era cristiana, ed era dedicata a S. Atanasio; in origine era senza dubbio in mani cristiane”, nonostante il monastero fosse ancora abitato da dervisci, i quali accoglievano i fedeli giunti fin lì per ricorrere alle celebrate virtù iatriche di S. Atanasio.
Originariamente la figura di S Atanasio aveva molto probabilmente offerto una copertura utile ai dervisci per attirare anche i fedeli cristiani al loro monastero, facendo magari inconsapevolmente leva, chissà, pure su un’affinità di fondo tra i nomi dei due santi, “quello dal bianco destino” e “l’immortale”. Oggi questo processo di riappropriazione, ben descritto da Hasluck, si è ormai definitivamente compiuto, tanto più che nessuno nella zona, dubita dell’origine cristiana del santuario.
Restano, a testimonianza dei tempi ormai dimenticati – e soprattutto rimossi – dell’Impero Ottomano, usanze che affondano le loro radici in un remoto passato e che sono tipiche di una religiosità popolare non solo turca. Di una di queste, il rito propiziatorio delle candele, abbiamo già detto. L’altra è l’albero. Proprio dietro la prosaica biglietteria, a cui ancor oggi i visitatori – forse musulmani, forse cristiani, spesso sedicenti atei – appendono fazzoletti colorati simbolo di desideri da esaudire, il cui nodo si ritiene imprigioni magicamente il male da cui guarire o il peccato da cui essere assolti.
Di per se stesso visto come simbolico ponte tra la terra e il cielo, e quindi tra questa e l’altra vita, l’albero è notoriamente e ovunque connesso con la nascita e la morte dell’uomo, e alcuni in particolare hanno da sempre a che fare con tombe e cimiteri: dal cipresso, particolarmente amato e diffuso in Persia, al platano qui, in terre di cultura greca, già sacro ad Era e poi venerato anche nei territori occidentali dell’impero ottomano, al gelso insanguinato di Haci Bektas che secondo la leggenda affonda le sue radici nelle viscere stesse del santo, al pistacchio che assolve alle stesse funzioni nel Khorasan, ad esempio sulla tomba di Jami ad Herat. Gli alberi piantati vicino ad una tomba possono dare indicazioni sulla sorte del defunto nell’aldilà oppure, crescendo particolarmente rigogliosi, segnalare la sepoltura di un sant’uomo e dare inizio così ad un nuovo culto con il suo corollario di pellegrinaggi e guarigioni miracolose. Ma gli alberi che crescono intorno a santuari ormai affermati e su tombe di grido, come appunto il nostro Akyazili Sultan, a maggior ragione devono possedere qualità miracolose grazie alla loro contiguità col defunto, e sono quindi luoghi privilegiati a cui appendere, fatti stoffe e annodati, le malattie o i peccati del supplice. Alla regola non sfugge nemmeno l’albero di Akiazyli Sultan – non un cipresso o un gelso, ma un umilissimo, oggi, alberello che non siamo stati capaci di identificare sotto gli acquazzoni di primavera – che ci ricorda un sentimento a metà tra folklore e religione, accomunante queste popolazioni al di là della religione “ufficiale” di appartenenza o di retaggio.
Fonte: http://islamshia.org/un-santuario-islamo-cristiano-nei-pressi-di-varna/