Islam e Libertà (1a parte)
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La libertà è una delle aspirazioni fondamentali ed imprescindibili della natura umana.
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Ott 01, 2019 04:47 Europe/Rome
  • Islam e Libertà (1a parte)

La libertà è una delle aspirazioni fondamentali ed imprescindibili della natura umana.

Così come l’uomo non può non volere, per sé almeno, quello ch’egli considera il bene, così del pari egli aspira ad essere libero. Di modo che possiamo ben dire che la libertà, intimamente connessa al bene, non ne è che un aspetto, il riguardo condizionale, che tiene conto delle sue relazioni estrinseche, proiettandolo così all’esterno, onde c’è lecito d’affermare, che essa ha il bene come suo contenuto, e che a questa stregua lo definisce.

È questo il primo punto fermo di questa nostra breve disamina: si tratta d’alcunché di palese e di scontato, d’imprescindibile e d’inequivocabile: la libertà ha, e deve avere in ogni caso, un suo contenuto, quale che sia, che la definisca e la qualifichi, non potendo in nessun modo ridursi, se non velleitariamente, a qualcosa di meramente negativo e formale, ad un atto dal contenuto indifferente, o ad una mera negazione di vincoli esterni. E questa sua qualificazione dà ragione della sua verità e realtà, nel senso che, così come potrà darsi un falso bene, o meglio, più falsi beni, in ragione dell’inconsistenza, transitorietà, e manchevolezza del loro contenuto esistenziale, del pari potrà darsi una libertà illusoria e fallace, a dispetto del suo sembiante specioso, che non conduca a nessun bene reale e durevole.

Il Sacro Corano ce lo rammenta più volte, con reiterata insistenza, parlandoci della via dei “perdenti”, e di quella che conduce invece alla prosperità ed al successo, senza limitazioni di tempo, luogo e condizione, in questo mondo e nell’altro. È evidente come in tutti questi casi si definisca una via al bene, e come questa via al bene sia concretamente circoscritta in virtù di condizioni, di relazioni estrinseche, che ne definiscono il contenuto positivo: una via siffatta non potrà pertanto giammai ridursi ad una mera indifferenza o formalità, ma bensì consisterà d’una serie concreta d’atti perfettivi della compagine esistenziale umana, quali ci vengono decretati dalla Legge Rivelata. E la Legge Rivelata è di per sé la via del bene, e ad extra, la via della libertà.

Il suo fine precipuo viene definito dal Sacro Corano nel suo duplice aspetto di servitù divina (in arabo, ºibādaħ), termine che viene di solito tradotto ed inteso, impropriamente quanto al significato letterale, ma propriamente quanto al suo senso profondo, come “adorazione”; e di appagamento, compiacimento divino (in arabo “riďwānu-l-Lāh), termini entrambi in esso ricorrenti. È evidente come questo duplice fine, lungi dal costituire una duplice realtà, sia invece il duplice aspetto d’una stessa realtà, intesa come forma attuativa esemplare, nella sua definizione e circoscrizione ad extra, e nel contenuto intrinseco ch’essa definisce: Iddio Altissimo non ha creato gli esseri dotati d’intelletto, vale a dire gli uomini ed i jinn, le creature intelligenti del mondo corporeo e del mondo immaginale (se consideriamo quelle che sono sulla via del conseguimento, e non quelle che sono giunte ab origine alla meta, cioè gli angeli), se non perché Lo adorassero (Sacro Corano, LI, 56), ovvero acciocché fossero Suoi servi, nel linguaggio coranico, affinché nel Suo Cospetto s’umiliassero e s’annichilissero, annichilimento ed umiliazione che hanno come proprio risultato appunto la soddisfazione divina.

Gli atti d’adorazione e servitù definiscono pertanto, a questa medesima stregua, un contenuto siffatto, che rimane nondimeno pur sempre negativo, dal punto di vista non più delle relazioni estrinseche, ma bensì del soggetto esistenziale. Invero, l’uomo, quando segue questa via, tende ad annullarsi in Iddio Altissimo, Oggetto del suo unico amore vero e reale, avendo di mira, invece che sé stesso, il soddisfacimento dell’Amato, e sotto l’aspetto dell’ubbidienza ai Suoi ordini, e sotto quello della Sua Stessa Realtà, ch’egli riguarda così come l’Unica Vera Realtà, e l’Unico Vero Fine, senza nulla concedere a sé stesso. È questo il punto di vista della povertà spirituale, propria, nel linguaggio degli gnostici, alle Genti del Bisogno (in persiano, ahle niyāz), che nulla hanno da sé, e dell’annullamento in Iddio Altissimo, ovvero, sempre nella lingua della gnosi, del fanā’ (in arabo, estinzione), e del maqw (in arabo, cancellazione, evanescenza), di chi nulla si considera di per sé, se non come un’onda transeunte del Suo Oceano Infinito, un raggio inconsistente della Sua Luce Sublime.

Tutto questo, dobbiamo rilevarlo, ha la sua conseguenza nella concretizzazione della libertà nel sopra menzionato significato negativo. Si tratta della libertà dalle condizioni limitative di questo nostro basso mondo, dai suoi vincoli e dalle sue servitù, affatto incompatibili, di per sé, e nella loro indifferenza, con la servitù divina dell’adorazione e dell’annichilazione in Lui. Si tratta della libertà quanto alle condizioni limitative dell’esistenza umana, che la menomano, dandole un contenuto manchevole e limitato, esclusivamente empirico e transitorio. Questo avviene, laddove essa libertà non abbia a darsi altro ambito d’effettuazione che questo nostro basso mondo.

Fonte: http://islamshia.org/islam-e-liberta-r-arcadi/