Myanmar, la Nobel per la pace difende genocidio dei musulmani Rohingya
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MYANMAR-Difendere l’indifendibile. La leader del Myanmar Aung San Su Kyi e la premio Nobel per la pace si è presentata mercoledì a L’Aia, di fronte ai 17 giudici della Corte di giustizia internazionale difendendo l’operato del suo governo per i crimini commessi contro la popolazione Rohingya nello Stato del Rakhine.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Dic 12, 2019 10:09 Europe/Rome
  • Myanmar, la Nobel per la pace difende genocidio dei musulmani Rohingya

MYANMAR-Difendere l’indifendibile. La leader del Myanmar Aung San Su Kyi e la premio Nobel per la pace si è presentata mercoledì a L’Aia, di fronte ai 17 giudici della Corte di giustizia internazionale difendendo l’operato del suo governo per i crimini commessi contro la popolazione Rohingya nello Stato del Rakhine.

L'accusa di genocidio contro il governo birmano è stata presentata dal Gambia. Ministro degli Esteri del Myanmar, Su Kyi è leader di fatto del paese dal 2016, prima che cominciasse la persecuzione sistematica dei rohingya ad opera dei military.

Formalmente Consigliera di Stato, di fatto capo di Stato, Aung San Suu Kyi ieri ha negato l’accusa di genocidio, sostenendo che si trattasse di scontri interni, provocati dagli attacchi alle stazioni di polizia locali, e ammettendo che «potrebbe esserci stata una risposta sproporzionata da parte dei membri dell’esercito». Casi individuali di cui saprà occuparsi la giustizia militare del Myanmar, non un genocidio.

Furono più di 700 mila  i Rohingya costretti a lasciare le proprie case, ad attraversare il fiume Naf e a cercare rifugio nel confinante Bangladesh, nel distretto di Cox Bazar. Abusi, omicidi sommari, villaggi dati alle fiamme, bambini rimasti senza madri, madri che hanno dovuto assistere all’esecuzione dei propri figli e mariti, uso sistematico dello stupro come arma di guerra: i racconti e le denunce di chi è scampato a quello che per le Nazioni unite è un «caso da manuale di pulizia etnica» hanno spinto il governo del Gambia, in rappresentanza dei 57 Stati membri dell’Organizzazione della cooperazione islamica, a portare il caso di fronte alla Corte internazionale. Il Gambia accusa le autorità birmane di aver violato la Convenzione sul genocidio del 1948 e chiede «un’ingiunzione temporanea» (provisional measures) che le obblighi a proteggere i circa 600 mila Rohingya ancora all’interno del Myanmar.