In Turchia Erdogan si fa "cinese"
ANKARA (Pars Today Italian) – Le sue gigantografie le ritrovi ovunque nella città che fu capitale di due imperi.
Recepp Tayyp Erdogan è il leader della nazione Turca, l'"Atatürk del Terzo Millennio", colui che realizzerà il nuovo sogno neo-ottomano. Non sarà l'opposizione politica, divisa o incarcerata, a mettere in crisi la "Guida" della Turchia. Né l'eroica resistenza della minoranza curda che, con il partito del Hdp, è riuscito a superare nelle recenti elezioni parlamentari la soglia del 10%, nonostante i suoi leader più autorevoli, a cominciare dall'"Obama turco" Selahattin Demirtaş, siano da tempo a soggiornare nelle patrie galere, assieme a centinaia di giornalisti che pagano con il carcere duro l'aver difesa la libertà d'informazione. La "Grande purga" ha funzionato: oggi non c'è istituzione pubblica, università magistratura, esercito, polizia, che non sia stata erdoganizzata. Sul piano politico, l'islamo-nazionalismo di Erdogan e del suo partito, l'Akp, funziona e attrae consensi anche nella borghesia turca, con la quale il Sultano ha stretto un patto alla cinese: una democrazia a libertà vigilata in cambio di una crescita economica capace di garantire standard di vita occidentali. Ed è proprio su questo terreno che il "Sultano-presidente" rischia di franare. Sta succedendo di tutto a un'economia che era già nella categoria ad alto rischio. La lira era crollata di oltre il 20% anche prima delle sanzioni di Donald Trump. Le aziende che si sono indebitate in dollari stanno lottando per ripagare i loro debiti. L'inflazione sta andando fuori controllo e viaggia intorno al 16%. Il Governatore Murat Cetinkaya ha già alzato di 500 punti base i tassi quest'anno per sostenere la lira. Ma ha sorpreso gli investitori il mese scorso decidendo che non erano necessari ulteriori aumenti. Dopo aver blindato con la promozione dei suoi fedelissimi gli altri gangli vitali del potere, il Sultano si è cimentato anche con l'economia, nominando suo genero, Berat Albayrak ministro.