Afghanistan, cosa sta succedendo
Kabul - A dieci giorni dalla caduta di Kabul e dal ritorno dell’Afghanistan di fatto sotto il controllo talebano, ...
il tumultuoso epilogo del conflitto sta assumendo sempre più i contorni non solo di una clamorosa disfatta per gli Stati Uniti, ma di un evento di portata storica che segna il fallimento definitivo degli sforzi occidentali per influenzare e orientare le dinamiche geo-politiche nelle aree strategicamente più importanti del pianeta.
Questi sviluppi si intrecciano alle manovre in corso a Kabul e non solo per stabilizzare il quadro afghano, principalmente attraverso la creazione di un governo “inclusivo”, nelle quali stanno giocando un ruolo cruciale paesi come Russia, Cina e, in misura minore, Iran.
È significativo in questa prospettiva che la leadership talebana abbia chiesto proprio al governo russo di mediare un compromesso politico con la “resistenza” armata nella valle del Panjshir. Qui, si sarebbero organizzate in funzione anti-talebana le forze fedeli ad Ahmad Massoud, figlio del comandante mujahideen Ahmad Shah Massoud, assassinato alla vigilia degli attacchi dell’11 settembre 2001 e leggendario combattente contro l’Unione Sovietica e gli stessi Talebani negli anni Novanta del secolo scorso.
Massoud è appoggiato dal vice-presidente dell’Afghanistan, Amrullah Saleh, auto-dichiaratosi capo dello stato dopo la fuga negli Emirati Arabi del presidente Ashraf Ghani con valigie piene di dollari, e l’ex ministro della Difesa, Bismillah Mohammadi.
Questa “resistenza” è in sostanza uno strumento potenziale per il ritorno in qualche modo di Washington nei giochi afghani. Per questa ragione, attorno alla risoluzione del conflitto – oppure all’esplodere di una nuova guerra civile – tra gli eredi della cosiddetta “Alleanza del Nord” e i Talebani si misurerà il peso di Russia e Cina nella nuova realtà che dovrebbe emergere a Kabul.
Il Cremlino è in una posizione privilegiata per sciogliere il nodo del futuro governo afghano, sia per i legami costruiti da anni con i Talebani sia per l’ascendente sulle forze della “resistenza”, in larga misura di etnia tagika e quindi in parte dipendenti dal vicino Tagikistan, alleato di Mosca e sulla stessa lunghezza d’onda della Russia riguardo la necessità di evitare ulteriori scontri in Afghanistan.
La cronaca di questi giorni dal Panjshir è difficilmente confermabile, ma i talebani sembrano intenzionati a spegnere qualsiasi resistenza armata, anche se svariati fattori indicano l’emergere di una chiara volontà nel trovare un compromesso con le forze rivali sul fronte domestico.
Della sincerità delle rassicurazioni talebane circa la garanzia di un certo grado di libertà e di pluralismo, sia pure nel rispetto delle norme islamiche, si sta discutendo ovunque, così come delle rappresaglie che attenderebbero o avrebbero già colpito coloro che hanno collaborato con l’occupazione NATO.
Tra contraddizioni ed episodi non del tutto chiari, sembra essere in ogni caso innegabile l’esistenza di una situazione generalmente calma, confermata talvolta anche dalla stampa occidentale.
La Reuters ha ad esempio scritto di migliaia di afghani tornati nelle loro case in molte province del paese visto il clima “relativamente pacifico” venutosi a creare dopo l’ingresso a Kabul dei Talebani il giorno di Ferragosto. Non c’è dubbio però che la stampa e i governi occidentali stiano cercando di alimentare dubbi sul comportamento dei Talebani, amplificando episodi di violenza che, se effettivamente verificatisi, appaiono ancora marginali.
Lo stesso presidente americano Biden e i membri dell’amministrazione americana hanno ammesso nei giorni scorsi che i militari rimasti a Kabul stanno collaborando con i Talebani nella gestione dell’evacuazione dall’aeroporto internazionale. Questa collaborazione ha permesso di allargare il perimetro attorno all’aeroporto controllato dai soldati americani e di portare a termine operazioni sul territorio della capitale per recuperare cittadini USA da rimpatriare. Altro discorso sarà il quadro che potrebbe materializzarsi se Washington deciderà di prolungare oltre il 31 agosto la finalizzazione delle operazioni di evacuazione, dal momento che i Talebani hanno già respinto l’ipotesi avanzata soprattutto da Francia e Germania. Biden ha in ogni caso spento gli entusiasmi martedì sostenendo che non ci saranno rinvii.
Nel vertice del G7 di martedì, presieduto dal governo britannico, si è discusso intanto della necessità di affrontare in maniera unitaria il nodo afghano, facendo dipendere dalla condotta degli “studenti del Corano” l’eventuale riconoscimento del futuro governo a guida talebana o, al contrario, il possibile ricorso all’arma delle sanzioni. In discussione tra le cancellerie occidentali c’è insomma se sia opportuno fidarsi degli impegni presi dai Talebani per la pacificazione dell’Afghanistan. Il sottinteso è che questi ultimi non siano cambiati di molto dagli anni in cui erano al potere e che, una volta ultimata l’evacuazione degli occidentali, il paese piomberà di nuovo nella barbarie fondamentalista.
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