Carenza energetica in Libano, petrolio iraniano
Beirut - La gravissima crisi economica in cui è precipitato da un paio d’anni il Libano ...
è in parte responsabilità delle potenze occidentali e regionali, interessate più a combattere i propri rivali strategici sul territorio del “paese dei cedri” che a provvedere ai bisogni di una popolazione allo stremo.
A questo proposito, una singolare competizione si sta disputando nelle ultime settimane attorno a possibili aiuti, sotto forma di petrolio o gas naturale, da recapitare in Libano.
La vicenda mette di fronte gli Stati Uniti e i loro alleati nella regione all’Iran e all’asse della “Resistenza”, con Washington che rischia seriamente di veder crollare sotto il peso di politiche contraddittorie e insostenibili la propria residua influenza su Beirut.
Uno degli aspetti più pesanti per i libanesi è la carenza di energia elettrica, arrivata a essere disponibile solo per poche ore al giorno, con l’aggravante della difficoltà anche nel reperire carburante da utilizzare per i generatori delle abitazioni private.
A causa di questa situazione, molti servizi pubblici essenziali, a cominciare dagli ospedali, non possono funzionare in maniera regolare. L’accumularsi dei problemi nel paese aveva spinto il segretario generale di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ad annunciare poco dopo la metà di agosto un accordo con l’Iran per l’invio in Libano di tre navi petroliere provenienti dalla Repubblica Islamica. Il greggio così ricevuto e tuttora in viaggio nel Mediterraneo dovrebbe servire ad alleviare, anche se in maniera molto parziale, le sofferenze della popolazione libanese, secondo Hezbollah senza nessuna discriminazione, anche se la priorità verrà data a settori come quello ospedaliero, alimentare e dei trasporti.
A causa di difficoltà di ordine legale, visto che l’accordo non è stato stipulato dallo stato libanese, le navi attraccheranno sulla costa siriana e il petrolio sarà poi trasportato in Libano via terra.
La notizia dell’iniziativa era stata data in un discorso pubblico da Nasrallah il 19 agosto scorso, mandando in crisi l’amministrazione Biden. Letteralmente qualche ora dopo, l’ambasciatrice americana a Beirut, Dorothy Shea, aveva infatti contattato telefonicamente il presidente libanese e alleato di Hezbollah, Michel Aoun, per comunicargli una contro-iniziativa americana per aiutare la popolazione.
L’idea partorita a Washington prevede un complicato intreccio logistico che dovrebbe portare il gas naturale egiziano in Libano attraverso la Giordania e, addirittura, la Siria. Questo piano non è inedito, ma non è evidentemente di facile implementazione, soprattutto in tempi brevi.
Il coinvolgimento della Siria, inoltre, richiede almeno la sospensione delle sanzioni punitive applicate dagli USA attraverso il cosiddetto “Caesar Act”, destinato a colpire qualsiasi entità che intrattenga rapporti economici o commerciali con Damasco.
La mossa di Washington appare al limite del disperato ed è dettata dalla necessità di competere con Hezbollah e i suoi alleati, in primo luogo l’Iran, per l’influenza sul Libano. Gli Stati Uniti e Israele si sono ritrovati disarmati di fronte all’iniziativa di Nasrallah, poiché quest’ultimo ha sfidato i propri nemici a fermare con la forza le petroliere iraniane.
In uno scenario simile, come si rende perfettamente conto il regime di Tel Aviv, Hezbollah scatenerebbe una devastante ritorsione contro obiettivi strategici in territorio israeliano.
La proposta americana di portare il gas dall’Egitto al Libano per generare energia elettrica ha anche comportato l’ammissione di fatto da parte degli USA del loro ruolo nella crisi del paese affacciato sul Mar Mediterraneo. Il governo di Washington, in altre parole, avrebbe piena facoltà di far pervenire aiuti in varie forme alla popolazione libanese, ma ha scelto deliberatamente di voltare le spalle per ragioni legate soltanto ai propri interessi strategici.
Strangolare economicamente il Libano rappresenta cioè una tattica per alimentare il malcontento della popolazione anche contro Hezbollah e, attraverso il discredito del “Partito di Dio”, indebolire l’ascendente di Teheran su Beirut.