Siria, la Turchia bombarda, Israele anche. Gli USA tacciono
DAMASCO (Pars Today Italian) - L'ennesimo raid aereo del regime sionista nei dintorni della capitale ...
siriana ha causato la morte di un militare e il ferimento di altri cinque. Sul campo di battaglia siriano torna a farsi “sentire” la Turchia. Nel mirino c’è ancora una volta principalmente l’area nord-est, retta dalla cosiddetta Amministrazione del Nord e dell’Est della Siria, o Rojava, a guida del Partito dell’Unione Democratica (Pyd) curdo, in coabitazione con le truppe statunitensi.
Da ormai diversi mesi l’esercito di Ankara sta cercando pretesti e provocazioni per rompere l’equilibrio militare stabilitisi nella zona dopo i tre precedenti interventi militari diretti nell’area.
Contemporaneamente al rinnovato attivismo turco, non casualmente sembra aver ritrovato verve anche Daesh (in arabo Isis), che riesce ad estendere la propria guerriglia sia nel nord-est, sia nelle ampi aree centrali desertiche delle province di Homs e Deir-ez-Zor.
L’attacco più clamoroso, terroristi Daesh lo ha messo a segno a fine gennaio nell’area di Ghuwaryan, nella città di Al-Hasakah.
Immediatamente dopo, l’aviazione turca ha avviato un’operazione militare vasta, denominata “aquila d’inverno”, che ha preso di mira non solo il nord-est della Siria, ma anche la regione irachena dello Shengal ed alcuni campi profughi in territorio iracheno controllati dal PKK, i quali sono stati la culla del sistema di governo messo poi in piedi nel Rojava.
Questi raid non sono stati stavolta accompagnati dalla grancassa mediatica che solitamente i vertici turchi mettono in scena ogni qual volta ordinano operazioni simili. A tacere, però, sono anche i vertici USA nell’area, la cui presenza militare consente la sopravvivenza dell’Amministrazione Autonoma a guida curda in un’area così tempestosa.
In primo luogo, gli USA continuano a negare la non applicazione per il Rojava del Caesar Act, ovvero l’embargo “in stile cubano” nei confronti del governo siriano e degli asset economici ad esso collegato decretato dal Congresso USA nel 2019.
In secondo luogo, Biden non ha voluto rinnovare alla società Delta Crescent Energy la licenza di sfruttamento (saccheggio) dei pozzi petroliferi presenti nei territori sotto controllo curdo; essi sono i più grandi della Siria e costituiscono il principale motivo di ostilità fra l’entità a guida curda e il governo di Damasco, che viene privato di una fonte di reddito vitale in tempo di guerra. Tale utilizzo “politico” in funzione di embargo anti-Damasco del greggio siriano rappresenta, dal punto di vista dei vertici del Rojava, la garanzia che gli USA abbiano un interesse concreto per rimanere, essendo, d’altronde, impossibile aspettarsi che ne abbiano di più “nobili”. Attualmente non è chiaro che fine faccia il greggio estratto in quelle aree.
Sul fronte del Governo Siriano, le cose vanno meglio solo da punto di vista diplomatico e dei rapporti internazionali. Oltre ad avere sempre al proprio fianco gli alleati del cosiddetto “Asse della Resistenza”, ossia Iran ed Hezbollah, e la potente Russia, Damasco, infatti, ha riottenuto il riconoscimento di una rappresentanza diplomatica anche da parte degli ex nemici di Giordania, Oman, Emirati Arabi Uniti ed un atteggiamento meno ostile anche da parte di Arabia Saudita e Qatar, al momento apparentemente rassegnatisi all’idea che sia impossibile disfarsi del Presidente Assad. Addirittura sembra che la Siria verrà presto di nuovo ammessa nella Lega Araba.
Da questo punto di vista, anche i tentativi di Putin di convincere la Turchia a ritirarsi, prendendo atto della rinnovata legittimità internazionale nei confronti del governo siriano sono andati, come si vede, a vuoto.
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