Le spine della Brexit per il Regno Unito
La settimana scorsa il tema della Brexit ha dato una rude scossa al Governo di Teresa May; le indiscrezioni trapelate sulle conseguenze negative per l’economia britannica qualunque siano gli accordi con la Ue, contenute in un rapporto governativo riservato, hanno messo in grave difficoltà l’Esecutivo che ha finora sostenuto il contrario.
Secondo il documento, Londra tenterà di bilanciare gli effetti negativi dell’uscita dalla Ue con una serie di accordi di libero scambio, in primis con Stati Uniti, India e Cina; assai più facile a dirsi che a farsi.
Con l’Amministrazione Usa, al momento guidata dallo slogan “America First” ed impegnata a disfare il Nafta, il trattato di libero scambio con Canada e Messico, sarà assai difficile giungere ad un accordo conveniente; un’impresa resa proibitiva dal fatto che la Brexit toglie a Londra quella posizione di privilegio che la rendeva strategica per Washington, ovvero essere la guardiana degli interessi Usa all’interno della Ue.
Stesso discorso vale con la Cina, Teresa May ne ha avuto la conferma recandosi in visita a Pechino; la Repubblica Popolare subordina un accordo alla piena adesione di Londra alla Belt and Road Initiative (Bri), le Nuove Vie della Seta; in pratica, un Regno Unito non più porta d’accesso al colossale mercato della Ue ha perso la sua rilevanza, e se un accordo potrà essere fatto lo sarà alle condizioni di Pechino, tutt’altro che leggere.
Nel frattempo, la Ue sta inasprendo la sua posizione nelle trattative sul periodo di transizione successivo alla Brexit (marzo 2019 – dicembre 2020).
Bruxelles vuole che Londra applichi le regole comunitarie per tutto quel periodo ed impedire che essa applichi sgravi ed agevolazioni per trattenere le imprese europee, nel tentativo di recuperare l’attrattiva persa con la Brexit.
In gioco c’è soprattutto l’enorme mercato finanziario della City; la Ue vuole escludere dagli accordi con Londra clausole che le consentano di mantenere la posizione di privilegio fin qui tenuta, ovvero di essere all’interno del più grande mercato finanziario globale (l’Europa) senza essere soggetta alle sue regole e controlli.
Dinanzi a questa concreta eventualità, le grandi società che lavorano nel campo dei servizi finanziari fin qui basate nella City di Londra si stanno rapidamente attrezzando per una fuga in massa verso le piazze del Continente, pronte a farle ponti d’oro. Per l’economia inglese sarebbe una tragedia, perché vedrebbe azzoppata la sua attività di gran lunga più importante, e ridimensionato irrimediabilmente il suo peso internazionale.
Ma non è tutto; nelle pieghe degli intricati accordi con la Ue per la Brexit c’è una questione sin qui sottovalutata, o meglio, talmente spinosa d’essere stata volutamente lasciata sin qui nel vago: la questione dei confini fra l’Irlanda del Nord e il resto dell’isola.
Dublino ha detto chiaro che porrà il veto a qualsiasi accordo che faccia risorgere un confine fra irlandesi, mandando in frantumi i faticosi accordi del Venerdì Santo che posero ufficialmente fine ai Troubles, la guerra che per anni insanguinò quei territori. Ma il piccolo partito ultranazionalista nord irlandese che permette la sopravvivenza del Governo May è ferocemente contrario a qualunque concessione. Un’ulteriore spina per Teresa May, sempre più alle prese con un problema irrisolvibile.
Per un’intera epoca il Regno Unito ha sfruttato cinicamente una posizione di privilegio sia politica che economica; adesso, con la Brexit, ha segato il ramo su cui sedeva comoda tornando a essere un’isola piena di problemi. I nodi stanno già venendo al pettine.
di Salvo Ardizzone