L'economia come arma
Il mondo sta cambiando, la realtà è diversa, mutano gli eventi e i modi di intendere la politica e anche gli strumenti: se una volta valeva l’aIl mondo sta cambiando, la realtà è diversa, mutano gli eventi e i modi di intendere la politica e anche gli strumenti: se una volta valeva l’affermazione che la guerra è politica fatta con altri mffermazione che la guerra è politica fatta con altri mezzi, oggi si può affermare che la politica (e l’economia) è la guerra fatta con l’uso delle informazioni.
Il mondo sta cambiando, la realtà è diversa, mutano gli eventi e i modi di intendere la politica e anche gli strumenti: se una volta valeva l’affermazione che la guerra è politica fatta con altri mezzi, oggi si può affermare che la politica (e l’economia) è la guerra fatta con l’uso delle informazioni.
La minaccia non è più solo quella che poteva localizzarsi dal punto di vista geografico nell’attacco di una grande potenza contro un’altra potenza, poiché oggi la minaccia è asimmetrica, diversa, cambia in continuazione, viaggia in rete, è immediata e, soprattutto, è rivolta contro l’intero sistema, mirando non a colpire bersagli militari o politici, ma interessi commerciali, industriali, scientifici, tecnologici e finanziari.
Questo porta l’intelligence a strutturarsi su compiti nuovi, al fine di proteggere non solo l’intero sistema, ma anche gli anelli deboli della filiera produttiva: tutto ciò esige un cambio di mentalità, di modi di operare e un aggiornamento continuo ma, soprattutto, una stretta interazione dell’intelligence con il settore privato.
La crisi che stiamo attraversando a causa della pandemia globale induce a considerare con molta attenzione l’idea di “guerra economica”, ancorchè già a partire dalla fine della Guerra Fredda che i rapporti di forza tra potenze hanno iniziato ad articolarsi attorno a problematiche economiche: la maggior parte dei governi oggi non cerca più di conquistare terre o di stabilire il proprio dominio su nuove popolazioni, ma tenta di costruire un potenziale tecnologico, industriale e commerciale capace di portare moneta e occupazione sul proprio territorio.
Le strategie nazionali d'intelligence economica, adottate recentemente da numerosi governi, riservano proprio agli operatori privati un ruolo centrale nel mantenimento della sicurezza, grazie alla dotazione di infrastrutture informatiche e del bene primario dell’era digitale: i dati.
L'intelligence economica, di cui ho già trattato nel mio precedente articolo (https://parstoday.com/it/news/world-i233022-che_cosa_%C3%A8_la_'intelligence_economica') è, quindi, uno strumento di potere a disposizione di uno Stato questa nuova guerra assimmetrica.
Gli attori di questo confronto economico sono, in primo luogo, gli Stati, che restano i regolatori più influenti dello scacchiere economico, in secondo luogo le imprese che, di fronte al nuovo scenario geoeconomico ipercompetitivo, hanno adottato il controllo dell’informazione strategica come strumento di competitività e di sicurezza economica e, infine, la “infosfera”.
Quest'ultima non costituisce una categoria di persone fisiche o morali, ma piuttosto una dinamica, ossia l’insieme degli interventi, dei messaggi diffusi tramite i media e la rete.
Si tratta di uno strumento particolarmente insidioso perchè opera come una cassa di risonanza in cui si mescolano e ricombinano di continuo idee, emozioni e pulsioni emesse da un numero infinito di persone, senza un vero soggetto dominante e che tuttavia, esercita un’influenza determinante, positiva o nefasta, sugli individui e sulle organizzazioni.
Lanciata nella “infosfera”, una dichiarazione può avere il potere di scatenare feroci polemiche, dure reazioni politiche, crisi mediatiche, danni reputazionali a spese di imprese, potendo divenire, quindi, un’arma di destabilizzazione particolarmente efficace.
Ma si badi, lo sconvolgimento del sistema competitivo delle economie non è un fenomeno passeggero se si pensa alla posizione degli Stati Uniti sul punto.
La posizione degli U.S.A. è molto chiara: la sicurezza nazionale dipende dalla potenza economica.
Innanzitutto, come superpotenza del blocco uscito vincitore dalla Guerra fredda, già si trovava in una posizione privilegiata per comprendere prima di qualunque altro Paese il cambiamento in atto, anche in virtù degli investimenti sotto forma di sovvenzioni fatti nei decenni precedenti in ricerca e sviluppo, in modo da equipaggiare al meglio le proprie imprese per la concorrenza internazionale che si profilava all’orizzonte.
Nondimeno, appena eletto il Presidente Bill Clinton mise in pratica la “dottrina” della sicurezza nazionale dipendente dall’economia, istituendo una “War room” direttamente collegata al Dipartimento del Commercio, come canale privilegiato di relazione fra lo Stato e le imprese per sostenere queste ultime nella competizione mondiale; allo stesso tempo, il Segretario di Stato Warren Christopher dichiarava ufficialmente che la “sicurezza economica” doveva essere elevata al rango di prima priorità della politica estera degli Stati Uniti d’America.
Si può perciò parlare di una vera e propria dichiarazione di guerra economica da parte della prima potenza economica mondiale al resto del mondo, anche se mascherata da difesa degli interessi nazionali.
Del resto grazie, da un lato, all’implementazione in tutto il mondo occidentale del modello economico politico e sociale statunitense e, dall'altro, al c.d. soft power, gli Stati Uniti hanno monopolizzato il mercato mondiale senza dover fronteggiare alcun rivale per almeno un ventennio.
Di più, la guerra economica è divenuta progressivamente un’arte per via delle modalità in cui le parti interessate sono riuscite a cancellare, camuffare o rimuovere le tracce dell’uso della forza bruta per sottomettere un popolo, conquistarne il territorio e impossessarsi delle ricchezze.
Il caso asiatico rappresenta una serie di eccezioni al sistema di dominazione occidentale fondato sul libero scambio e sulla democrazia, poiché nazioni come Cina, Corea del Sud e Giappone hanno cercato di mantenere la propria identità inalterata incanalandosi in uno sviluppo economico (e tecnologico) più nazionale che globale.
Ulteriormente, vale osservare come la società dell’informazione abbia cambiato il quadro operativo della guerra economica, atteso che il potenziale offensivo dell’aggressore viene di certo ampliato dalle tecnologie dell’informazione.
Il soft power statunitense agisce chiaramente in questo modo, nascondendo un’arma strategica dietro O.N.G. e strumenti di influenza politica nati per convincere la popolazione mondiale che esiste un attore malevolo, ed evitare che questa venga attratta da qualsiasi altra sfera di influenza.
In questo modo la dipendenza degli alleati statunitensi nei confronti di Washington è sempre più consolidata – specialmente quella di quelli in via di sviluppo che hanno bisogno degli aiuti americani per sopravvivere.
Da quanto scritto fin ora parrebbe che “il forte vince sempre sul debole” mentre, invece, l'avvento della internazionalizzazione 4.0 ha ribaltato la concezione di debole e forte nella società moderna.
La società dell’informazione ha sconvolto l’ordine naturale dei conflitti in quanto Internet consente un potere di attacco inedito.
In particolare, l’avvento delle piattaforme online e degli strumenti finanziari e commerciali nello spazio digitale offerto da Internet ha aperto una nuova serie di criticità e opportunità, imponendo una revisione delle strategie tradizionali di conflitto economico (sul ruolo della internazionalizzazione 4.0 nell'attuale contesto mondiale ho scritto https://parstoday.com/it/news/iran-i229890-italia_ed_iran_protagonisti_della_internazionalizzazione_post_pandemia ; https://parstoday.com/it/news/iran-i230810-iran_un_attore_protagonista_dell'internazionalizzazione).
Nell'ambito della guerra economica va evidenziato il doppio ruolo assunto dallo Stato nell’attuale scenario economico, quello di arbitro che regola il mercato e quello di giocatore che prende parte, attraverso modalità diverse, alla partita economica.
E', pertanto, auspicabile che lo Stato non solo sia garante, ma giochi un ruolo fondamentale creando un ambiente competitivo nazionale, attraverso continue relazioni con le imprese con un posizionamento strategico collettivo, chiaro e riconosciuto, ponendosi sia come guardiano-semplificatore interno che di facilitatore verso l’esterno.
A conclusione del ragionamento che ho inteso offrire in questo articolo, ritengo che l'Iran abbia tutte le potenzialità sviluppare strategie innovative per affrontare e ad anticipare le criticità della guerra economica.
In questo quadro, l'investimento in quelle attività volte alla promozione dell'immagine del Paese e dei prodotti nazionali di alta qualità e l'accaparramento dei crediti delle imprese strategiche (o ad asse collegate) di un Paese concorrente, si presentano come condotte sussumibili all'interno delle modalità con le quali la guerra economica si estrinseca, e progettabili in una prospettiva di lungo periodo.
Avv. Fabio Loscerbo
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