Trump, una presidenza caratterizzata da innumerevoli disastri
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A metà del proprio mandato, i rivali democratici di Donald Trump avevano cominciato a preoccuparsi.
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Feb 03, 2021 07:33 Europe/Rome
  • Trump, una presidenza caratterizzata da innumerevoli disastri

A metà del proprio mandato, i rivali democratici di Donald Trump avevano cominciato a preoccuparsi.

Il presidente repubblicano, infatti, sembrava vicino a ottenere un successo in politica estera che avrebbe potuto accrescerne enormemente il prestigio.

Si trattava del primo incontro a sorpresa con il leader nordcoreano Kim Jong-un.

Nonostante fosse difficile trovare una coppia più bizzarra, la possibilità di risolvere un conflitto ereditato dalla guerra fredda sembrava alla portata, anche se fino a qualche settimana prima Trump aveva minacciato di distruggere Pyongyang e tutti temevano che potesse scatenare una guerra quasi per distrazione.

Gli eventi hanno dimostrato fino a che punto quell’agitazione fosse fuorviante.

Il mandato di Trump è terminato, sancendo il fallimento della sua principale iniziativa diplomatica, di cui resterà solo qualche bella fotografia.

La vicenda nordcoreana è rappresentativa della politica estera di un populista distruttivo, che ha cominciato smantellando i successi dell’epoca Obama – l’accordo di Parigi sul clima, l’accordo sul nucleare con l’Iran, la normalizzazione con Cuba – per poi rimettere in discussione l’architettura del sistema diplomatico multilaterale.

Questo lavoro di erosione di un ordine imperfetto avrebbe potuto avere un senso se fosse stato accompagnato da un progetto alternativo.

Ma Trump è un sovranista che rappresenta perfettamente la crisi identitaria di una parte  degli Stati Uniti, e le sue riflessioni non sono mai andate oltre la designazione di “colpevoli ideali”: il libero scambio, la globalizzazione e naturalmente la Cina.

Del resto la politica estera di Washington è stata sempre e sarà sempre anche politica interna. Per Trump, è stata prima di tutto politica interna.

Il grande paradosso che ha caratterizzato l'operato di Trimp è stato nel fatto che un populista incapace di proporre una visione del mondo ha trasformando una questione di politica estera – la rivalità con la Cina – nel cavallo di battaglia della propria campagna elettorale.

Il covid-19 aveva, infatti, permesso a Trump di costruire un discorso semplice e comprensibile per i suoi elettori: tutti i mali degli Stati Uniti vengono dalla Cina.

È stato riduttivo, soprattutto considerando le modalità di gestione della pandemia da parte del presidente populista, tanto da poter affermare che, sul punto, questi ha fallito su tutta la linea.

Ai tempi della pandemia del coronavirus, Donald Trump era, infatti, chiamato ad agire da crisis manager, mentre all'esito si è dimostrato non essere all’altezza della sfida.

Del resto gli Stati Uniti non erano per nulla preparati ad una crisi sanitaria di tale portata, poiché il sistema sanitario è apparso essere tutt'altro che solido, circostanza dovuta anche a Donald Trump.

Infatti, una delle sue più grandi promesse nella prima campagna elettorale, ovvero l'attuazione di una riforma sanitaria e farmaci a basso costo per tutti, risultava essere già fallita nel 2017.

Mentre, nel 2010, il presidente Barack Obama era riuscito a introdurre un nuovo sistema sanitario nonostante le massicce resistenze, nell'ultima campagna elettorale, Trump ha chiesto a tutti i costi l'abolizione dell’Obamacare.

Quando si è trattato poi di trovare una soluzione politica concreta, non è arrivato nulla.

È stato Trump stesso a dimostrare al pubblico la sua incompetenza e inconsapevolezza in materia di politica sanitaria, durante le concrete negoziazioni in primavera del 2017.

Ha fallito su tutta la linea con il suo "deal-making". Da allora, ha perseguito la tattica di far sì che l'intero sistema sanitario venisse, dal punto di vista fiscale, messo al muro.

Trump ha dimostrato di volere "accordi" al posto di regole generali e astratte e di iniziare gli accordi con insulti e ricatti verso la controparte.

La passione per gli affari e la minaccia di ricatto, di generare danni, derivava e deriva dal suo desiderio di furore e rivolta.

Una mania, quella di voler controllare sistemi complessi con ordini e istruzioni e questo in tutto il mondo.

Ma in una società moderna i problemi reali possono essere risolti solo attraverso regole generali e astratte.

E questo richiede riforme coerenti e strategie di attuazione di potere politico ben ponderate.

Tutto ciò non fa parte di Trump, il quale ha deciso di involvere verso una retorica belligerante.

La Presidenza Trump ha evidenziato che non c’è e non ci potrà mai essere una “dottrina Trump”, data la sua incapacità sostanziale a correlare sicurezza, commercio, immigrazione.

Questo ha favorito paesi come la Cina che possiedono in una certa misura una visione globale, e nazioni come Arabia Saudita che hanno potuto manovrare Trump data la sua inclinazione alle lusinghe e l’ingenuità sulla natura dei loro regimi.

Negli ultimi sessant’anni la globalizzazione sostenuta dagli Stati Uniti ha creato un’economia mondiale che Trump semplicemente non capisce, vivendo ancora in un mondo in cui solo materie prime e prodotti finiti attraversano i confini internazionali.

Il suo concetto di commercio è fermo agli anni ’50, e il suo slogan “Rendere l’America grande di nuovo” è interamente legato allo sforzo di riportare l’orologio a un passato utopico.

Dell'amministrazione del populista Trump è, quindi, impossibile salvare qualcosa, è stato un fiasco colossale: dai fallimenti al Congresso al governo “via Tweet”, alle revolving door per consiglieri e ufficiali di gabinetto.

In definitiva, quindi, il giudizio al termine del mandato sulla politica di Trump è tra il tragico e il disastroso.

Totale assenza di visione internazionale, insufficiente sulla questione del commercio internazionale, inefficace sulle riforme dalla sanità a quella fiscale.

Donald Trump si è dimostrato essere il presidente meno idoneo al ruolo della storia federale degli Stati Uniti.

Avv. Fabio Loscerbo

 

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