Usa, i siti neri della Cia
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Washington - Lo scorso mercoledì, un’udienza della Corte Suprema americana è stata ...
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Ott 10, 2021 04:40 Europe/Rome
  • Usa, i siti neri della Cia

Washington - Lo scorso mercoledì, un’udienza della Corte Suprema americana è stata ...

dedicata al caso Zubaydah presunto, membro di al-Qaeda. Il vero nome del prigioniero di Guantanamo è Zayn al-Abidin Muhammad Husayn e il suo arresto in Pakistan nel 2002 era stato celebrato dalla CIA come un successo perché sospettato di essere un collaboratore di primissimo piano del leader e fondatore di al-Qaeda, Osama bin Laden.

Prima di essere trasferito a Guantanamo, Zubaydah è rimasto sotto custodia della CIA per quattro anni, passando attraverso varie località segrete. Durante la detenzione vennero impiegati svariati metodi di tortura.

A un certo punto, nel corso di un solo mese fu sottoposto per 83 volte a “waterboarding”, mentre in un’altra occasione venne obbligato a restare immobilizzato per 11 giorni consecutivi in una cassa delle dimensioni di una bara.

Queste e altre torture hanno lasciato segni indelebili sul corpo e la mente di Abu Zubaydah, il quale ha tra l’altro perso un occhio e soffrirebbe di pesanti problemi psichici, aggravati dallo stato di isolamento in cui è rinchiuso a Guantanamo.

 A parte un breve intervento del giudice “liberal” Stephen Breyer, che ha chiesto al procuratore del governo la ragione per cui Zubaydah rimanga a Guantanamo dopo 15 anni e senza essere mai stato formalmente accusato di nessun crimine, il dibattimento ha in larga misura sorvolato sulla sua situazione.

In discussione c’era invece l’eventualità che i due psicologi che collaborarono con la Cia nelle torture testimoniassero nel processo in corso, con i rappresentanti dell’amministrazione Biden decisi ad affermare la tesi del segreto di stato e la maggioranza dei giudici sostanzialmente favorevole a questa interpretazione.

Alcuni membri della Corte hanno ipotizzato che lo stesso Zubaydah possa testimoniare sul trattamento ricevuto dalla CIA, in modo da aggirare l’ostacolo rappresentato dagli scrupoli del governo circa le questioni di “sicurezza nazionale”.

I legali del detenuto hanno tuttavia spiegato che la sua testimonianza non sarebbe consentita dalle condizioni di detenzione che gli vengono imposte. Il procuratore del dipartimento di Giustizia non ha invece saputo esprimere un’opinione sulla proposta dei giudici e ha rimandato la risposta del governo, presumibilmente in seguito a consultazioni con i propri superiori.

L’aspetto più eclatante dell’udienza di questa settimana alla Corte Suprema è rappresentato dalla continuità della condotta dell’amministrazione Biden rispetto alla questione delle torture nel quadro della “guerra al terrore”. Se Bush jr. è responsabile direttamente dell’implementazione di questi metodi contro i sospettati di terrorismo, tutti i suoi successori si sono impegnati allo stremo per evitare che i responsabili degli orrori commessi dopo l’11 settembre fossero chiamati a rendere conto dei loro atti davanti alla giustizia.

Trump, addirittura, arrivò a nominare direttore della CIA Gina Haspel, implicata nelle torture praticate nei “black site” dell’agenzia e responsabile della distruzione delle registrazioni di questi “interrogatori potenziati”.

L’attuale presidente democratico, da parte sua, intende continuare a opporre alle richieste di giustizia una dottrina pseudo-legale che i governi di Washington da decenni utilizzano arbitrariamente per mantenere il segreto su crimini e questioni scomode che minacciano di screditare o destabilizzare il sistema di potere americano.

L’impegno in questo senso della Casa Bianca è particolarmente sentito nel caso Zubaydah, perché quest’ultimo potrebbe fissare un precedente nella gestione dei risvolti legali della “guerra al terrore”.

Una fonte coinvolta nel procedimento ha spiegato alla testata on-line Middle East Eye che la vicenda Zubaydah, assieme a un altro caso che la Corte Suprema affronterà a breve (“FBI contro Fazaga”), potrebbe risultare decisiva per stabilire “la facoltà del governo di nascondere al pubblico qualsiasi informazione relativa a violazioni dei diritti di cui si è macchiato”.

“Se la Corte Suprema”, scrive il sito, “dovesse decidere che il governo può mettere fine al procedimento legale con una dichiarazione unilaterale di segretezza”, ci si ritroverebbe in una “situazione molto pericolosa per il diritto”, col rischio che venga meno l’obbligo del governo di garantire un meccanismo legale per ricorsi e risarcimenti derivanti da “gravi violazioni dei diritti umani”.

La sentenza della Corte Suprema sul caso Zubaydah è prevista entro la fine del prossimo mese di giugno.

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