G20: cosa è stato deciso
Roma - Il G20 di Roma è ripreso anche ieri, domenica 31 ottobre, con nuove discussioni finalizzate ...
a raggiungere un’intesa sul cambiamento climatico, tema centrale della seconda giornata di lavori. Nella bozza della dichiarazione finale del Vertice, di cui hanno parlato fonti vicine ai negoziati, compaiono gli obiettivi che i leader delle maggiori potenze mondiali si sono impegnati a realizzare nel prossimo futuro, anche in tema di lotta al “climate change”.
Secondo quanto si apprende dalle agenzie di stampa, i partecipanti al G20 avrebbero concluso le discussioni sul clima sottoscrivendo un accordo che include i seguenti punti: la conferma del tetto massimo di 1,5 gradi per il surriscaldamento globale, lo stanziamento di un fondo da 100 miliardi per il sostegno alla transizione ecologica nei Paesi in via di sviluppo e l’obiettivo emissioni zero “entro o intorno alla metà del secolo”.
Rispetto a quest’ultimo impegno, è stata respinta sia la richiesta cinese di indicare espressamente la data del 2060 sia quella, avanzata dai Paesi che insistono per una più rapida transizione energetica, di fissare la deadline per il compimento del processo di decarbonizzazione al 2050. Secondo quanto hanno spiegato alcune fonti vicine ai negoziati, il compromesso sarebbe stato raggiunto per venire incontro alla situazione di quegli Stati che hanno ancora bisogno del carbone. Per favorire il cammino verso l’obiettivo delle emissioni zero, il G20 ha comunque previsto la fine dei finanziamenti statali delle centrali a carbone e l’impegno verso nuovi interventi sul clima entro il decennio, in linea con una “visione condivisa della lotta al cambiamento climatico”.
Questi e altri accordi, tra cui quello sui vaccini, sulla solidarietà ai Paesi del Sud, in particolare africani, e sulla global tax, sono apparsi nella bozza della dichiarazione finale del Vertice.
Draghi, introducendo la sessione dedicata al ruolo del settore privato nel contrastare il “climate change”, ha dichiarato: “La lotta al clima è la sfida del nostro tempo. O agiamo ora e affrontiamo i costi della transizione portando le nostre economie su un percorso più sostenibile o rinviamo e rischiamo di pagare un prezzo più alto dopo, rischiando di fallire”. “Qualcuno di noi chiede perché spostiamo il nostro obiettivo da 2 a 1,5 gradi? Perché lo dice la scienza e noi dobbiamo ascoltare gli allarmi che vengono dalla comunità scientifica mondiale”, ha continuato, ricordando come l’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici abbia confermato la necessità di effettuare “riduzioni immediate, rapide e sostanziali alle emissioni per evitare conseguenze disastrose”. “Il passaggio all’energia pulita è fondamentale per ottenere le necessarie riduzioni delle emissioni di gas serra. Non possiamo più rimandare tutto questo”, ha aggiunto il primo ministro. Parlando in concreto, Draghi ha infine spiegato che compito dei governi è quello di “fissare obiettivi a breve e lungo termine e garantire stabilità politica, finanziaria e normativa”, ma il grosso spetta alle aziende private che devono “accelerare la diffusione delle tecnologie pulite, promuoverne l’innovazione e la produzione su larga scala”.
Oltre al clima, un accordo importante è stato raggiunto, ieri, sulla tassazione minima globale alle multinazionali. La misura ha raccolto un ampio sostegno. Il sistema, che era stato concordato dopo anni di stallo, a luglio, in sede Ocse, prevede due pilastri fondamentali. Il primo riguarda la riallocazione dei diritti di tassazione delle imprese multinazionali più grandi e profittevoli, ovvero quelle con entrate per oltre 20 miliardi di euro. Il 25% dei profitti (eccedenti il 10% dei ricavi) viene allocato nelle giurisdizioni di mercato in cui tali imprese superano una soglia di ricavi rilevanti. Il secondo fa riferimento ad una vera e propria global minimum tax, un’aliquota minima effettiva del 15% sugli utili delle grandi multinazionali per evitare che le grandi aziende continuino a spostare la sede fiscale dove possono godere di un trattamento più favorevole. I leader del G20, che rappresentano l’80% del Pil mondiale, hanno approvato l’accordo a Roma, sabato 30 ottobre, e si sono impegnati ad attuarlo entro la data del 2023, fissata nel quadro Ocse.
Riguardo alle agitazioni che hanno interessato la capitale nei due giorni del summit, un gruppo di attivisti di “Climate camp” è tornato oggi, dopo aver occupato ieri via Cristoforo Colombo, all’EUR, a bloccare il traffico in via IV Novembre, al centro di Roma, nella mattinata di domenica. Poco prima, altri si erano incatenati ai cancelli del Foro di Traiano con dei cartelli con su scritto “Crisi climatica ed ecologica, i governi hanno fallito”. Più ampia la manifestazione che ha raccolto, sabato, migliaia di persone, a Piramide, per un corteo che ha sfilato fino a piazza Bocca della Verità, passando per via Marmorata e Testaccio. Ingente la presenza delle forte dell’ordine, che hanno presidiato l’area con blindati e camionette. Attivisti dei Fridays for Future, lavoratori della GKN di Firenze, una delegazione dell’Ilva, rappresentanti della FLC Cgil e tanti altri tra studenti, lavoratori, sindacati, membri di associazioni e movimenti ambientalisti hanno sfilato per le strade della capitale con striscioni con scritto slogan come “Voi la malattia, noi la cura”, “Voi il G20, noi il futuro”, “Stop ai brevetti, vaccino diritto globale”, “Insorgiamo”.