La guerra degli Usa contro la Cina
Washington - Gli Stati Uniti, almeno a partire dall’amministrazione Obama, hanno sempre soffiato ...
deliberatamente sulla fiamma di conflitti in cui la Cina è coinvolta e che per decenni erano stati di bassa intensità, facendoli esplodere fino al livello di guardia con un obiettivo ben preciso.
In questo modo, cioè, Pechino viene dipinto come l’aggressore nei confronti di altri paesi meno potenti che necessiterebbero dunque del sostegno americano.
Washington può così promuovere una campagna di militarizzazione sia in modo diretto in funzione di accerchiamento della Cina sia spingendo i partner nella regione ad allinearsi ai propri obiettivi strategici, tramite una corsa agli armamenti e la partecipazione a dispositivi multilaterali “difensivi” come il cosiddetto “Quad” (USA, Australia, Giappone, India) o il più recente “AUKUS” (Australia, Gran Bretagna, USA).
Resistenze e ambiguità non sono tuttavia assenti nei paesi sui quali gli Stati Uniti contano per attuare la strategia di contenimento della Cina.
Le classi dirigenti di paesi come Giappone, Australia, Corea del Sud o Filippine sono infatti spesso divise sull’opportunità di assumere un atteggiamento ostile verso Pechino e di assecondare in tutto e per tutto la linea dettata da Washington.
La ragione di ciò è da ricercare solo in parte nei timori per le conseguenze devastanti che un conflitto aperto con la Cina avrebbe su potenze di livello “medio” che si trovano geograficamente in prossimità della Repubblica Popolare.
Un ruolo maggiore lo giocano piuttosto i legami economici tra Pechino e molti paesi asiatici e dell’Oceania che, pur essendo alleati degli USA, hanno la Cina come principale partner commerciale o come prima fonte di investimenti dall’estero.
Questa contraddizione è emersa anche nel caso dell’accordo di questa settimana per l’istituzione di una “hotline” tra Cina e Giappone, annunciata, nonostante la retorica non del tutto amichevole, dopo un’altra decisione con la quale il governo di Tokyo aveva preso le distanze dall’alleato americano.
Il primo ministro Fumio Kishida aveva respinto l’ipotesi del “boicottaggio diplomatico” delle Olimpiadi invernali che si disputeranno a Pechino nel mese di febbraio.
Questa misura è stata promossa dall’amministrazione Biden ufficialmente come ritorsione nei confronti di quelle che ritiene essere sistematiche violazioni dei diritti umani a Hong Kong e nella regione a maggioranza musulmana dello Xinjiang.
Le denunce e gli scrupoli americani in questo senso sono in ogni caso strumentali e il “boicottaggio”, che non riguarda comunque gli atleti ma solo l’invio di politici o diplomatici ad assistere alla cerimonia di apertura e allo svolgimento delle gare, rappresenta un altro tassello della strategia di demonizzazione della Cina.
Pechino, peraltro, ha anticipato le mosse americane decidendo di non invitare nessun rappresentante del governo di Washington né degli altri paesi che hanno ugualmente annunciato il “boicottaggio”, come Canada, Australia e Gran Bretagna.
Per quanto riguarda Tokyo, è stata decisa appunto una posizione più sfumata. Come la Corea del Sud, anche il Giappone ha preferito non utilizzare la definizione di “boicottaggio diplomatico”, ma il governo si limiterà a inviare ai giochi dirigenti sportivi di alto livello invece che personalità politiche.
La decisione, presa in primo luogo per evitare nuove polemiche e un ulteriore deterioramento dei rapporti con Pechino, riflette l’equilibrismo giapponese di necessità davanti alla sfida USA-Cina.
Allo stesso tempo, essa riflette anche le posizioni contrastanti sulla questione all’interno del partito Liberal Democratico al potere, con la fazione dei “falchi”, che fa capo all’ex premier giapponese Shinzo Abe, in netto contrasto con la linea più morbida preferita dall’attuale primo ministro Kishida.
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