Partygate: Johnson salvo, ma per quanto?
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LONDRA - La vittoria risicata del primo ministro inglese, Boris Johnson, nel voto di sfiducia interno al Partito Conservatore nella serata di lunedì ...
(last modified 2024-11-17T06:24:12+00:00 )
Giu 10, 2022 05:29 Europe/Rome
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LONDRA - La vittoria risicata del primo ministro inglese, Boris Johnson, nel voto di sfiducia interno al Partito Conservatore nella serata di lunedì ...

potrebbe rappresentare l’inizio della fine di un mandato che aveva conquistato trionfalmente nelle elezioni del dicembre 2019. I problemi politici ed economici con cui il governo deve fare i conti alimenteranno con ogni probabilità i sentimenti di rivolta tra i “Tories”, in attesa di coagularsi attorno a un candidato sufficientemente forte per dare la spallata definitiva all’ex sindaco di Londra.

Nei giorni precedenti la votazione di lunedì erano circolate voci contraddittorie circa l’emergere di una possibile fronda intenzionata a venire allo scoperto attaccando frontalmente Johnson. Quest’ultimo e i suoi sostenitori avevano a loro volta avvertito che una sfida per la leadership del partito avrebbe potuto innescare un’elezione generale anticipata, nella quale i conservatori “ribelli” sarebbero stati esclusi dalle liste da presentare agli elettori.

I malumori sono però cresciuti ugualmente e lo stesso comportamento di Johnson ha senza dubbio accelerato gli eventi sfociati nel voto di lunedì. Già in difficoltà per le vicende del cosiddetto “Partygate”, lo scandalo causato dall’organizzazione di feste private a Downing Street durante i mesi del lockdown, il primo ministro è stato anche protagonista di un discorso provocatorio nel pomeriggio di lunedì davanti ai parlamentari conservatori. Johnson ha tra l’altro minimizzato la gravità dei fatti attribuitigli nell’ambito del “Partygate”, affermando che non esisterebbe a ripeterli.

I guai per Johnson sono aumentati anche in seguito ad altri eventi che hanno incoraggiato i suoi oppositori. Tra questi spiccano le dimissioni dell’addetto all’anti-corruzione di Downing Street, John Penrose, uscito di scena con un durissimo attacco contro il primo ministro, accusato di non avere fatto nulla per rispondere alle “serissime critiche” contenute nel rapporto seguito all’indagine sul “Partygate” e di avere violato, con le feste private nel pieno della prima ondata della pandemia, “un principio fondamentale del codice di condotta ministeriale”. Secondo Penrose, l’unica soluzione per Johnson era quella di dimettersi dal proprio incarico.

Il voto è ad ogni modo scattato dopo che 54 membri del gruppo parlamentare conservatore, ovvero il 15% del totale, hanno indirizzato una lettera al leader di quest’ultimo, noto anche come “Commissione 1922”, Graham Brady, per proclamare ufficialmente la loro intenzione di provare a sfiduciare il primo ministro. La sorte immediata di Johnson non è stata in pratica mai in dubbio, ma il risultato finale del voto è stato superiore alle aspettative dei suoi oppositori. Alla fine 148 parlamentari conservatori su 359 hanno votato contro il primo ministro, pari al 41%. Il numero dei “ribelli” è quasi il doppio del margine di vantaggio di cui gode in termini di seggi il governo conservatore alla Camera dei Comuni.

Per la maggior parte degli osservatori, una quota così alta di voti contrari potrebbe significare che il governo Johnson avrà vita breve. Nella storia recente, nessun primo ministro inglese è sopravvissuto a lungo a un voto di sfiducia interno al proprio partito con un numero così basso di voti a favore. I due esempi più citati dalla stampa inglese sono stati quelli di Theresa May e Margaret Thatcher, rispettivamente del 2018 e 1990. Entrambe ottennero la fiducia dei conservatori con percentuali superiori a quella incassata da Johnson, ma la prima sarebbe stata costretta a dimettersi dopo sei mesi e la seconda dopo appena una settimana.

Secondo il regolamento interno del Partito Conservatore, un nuovo voto di sfiducia potrà avvenire solo tra un anno, così che Johnson sembrerebbe al riparo da pericoli per i prossimi mesi. Questa norma potrebbe tuttavia non metterlo del tutto al sicuro. Le pressioni potrebbero ad esempio farsi insostenibili, così da convincere il primo ministro a dimettersi, anche se al momento il suo atteggiamento pubblico sembra suggerire il contrario. Un’altra soluzione potrebbe essere una modifica alle regole del partito, come ha ipotizzato qualche esponente della fazione anti-Johnson, così da ridurre ad almeno a sei mesi il periodo che deve trascorrere tra un voto di sfiducia e l’altro.

 

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