Perchè Trump, all’improvviso, non minaccia più l’Iran?
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di Davood Abbasi
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Gen 19, 2020 09:23 Europe/Rome
  • La preghiera del venerdi di Teheran, immagine del 17 gennaio
    La preghiera del venerdi di Teheran, immagine del 17 gennaio

di Davood Abbasi

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha praticamente dichiarato guerra all’Iran con l’assassinio, vigliacco e codardo, del generale Soleimani, mentre era in Iraq per una missione diplomatica. Sin dalle prime ore dopo l’attentato, con tutta una serie di minacce, culminata in quella di colpire 52 siti iraniani tra cui quelli culturali, il presidente americano ha fatto intendere di essere pronto ad entrare in guerra.

Perche’ dopo la risposta tuonante dell’Iran, che secondo le ultime notizie trapelate, ha anche fatto vittime tra i soldati americani, Donald Trump si è tirato indietro?

Nella conferenza stampa fatta ben 19 ore dopo la risposta dell’Iran, perchè Trump ha addirittura parlato di volontà per un dialogo con Teheran?

Nelle settimane successive, quando l’ayatollah Khamenei lo ha definito “un pagliaccio”, come mai ha risposto limitandosi a dire che il leader iraniano dovrebbe stare attento alle parole?

Cosa ha messo sulla difensiva lo sprovveduto presidente, che secondo gli esperti di mezzo mondo, aveva osato troppo nell’assassinio del generale Soleimani?

L’unità iraniana

Donald Trump, probabilmente aizzato dalle proteste per il caro benzina del mese di Novembre, pensava di cogliere l’Iran in un momento di difficoltà e di divergenze politiche interne.

Le decine di milioni di persone, che però sono scese in piazza ad Ahwaz, Qom, Mashad, Teheran e Kerman, hanno fatto capire che al di là delle beghe interne, gli iraniani sono compatti nella lotta contro le minacce esterne. Come ha detto l’ayatollah Khamenei, nessuna forza governativa o umana avrebbe potuto radunare decine di milioni di persone nelle città iraniane, per i funerali di Soleimani, eroe della guerra contro l’Isis.

La tecnologia dell’Iran

Gli Stati Uniti che avevano sempre sminuito ed addirittura preso in giro le capacità tecnologiche iraniane, si sono ritrovati dinanzi ad uno smacco totale.

Le basi di Ein Al Assad e di Erbil, in Iraq, sono state colpite mentre gli americani sapevano benissimo che sarebbero state colpite; i loro strumenti di difesa aerea e i loro sistemi anti-missili come i Patriot, non sono nemmeno entrati in azione.

I missili balistici iraniani sono passati ed hanno colpito esattamente le zone volute, ossia i punti nevralgici della base, dove c’erano equipaggiamenti. È impressionante che gli iraniani abbiano scelto di non colpire i dormitori dei soldati ed abbiano anche avuto la tecnologia per non sbagliare nemmeno poche decine di metri.

La tecnologia di un CEP (Probabilità di Errore Circolare) cosi basso, finora, era solo in mano proprio agli Stati Uniti d’America.

Probabilmente le analisi del Pentagono, che sta ammettendo poco alla volta quanto il colpo ricevuto sia stato pesante (ci sarebbero almeno 11 feriti, ma il bilancio vero è molto più alto), hanno fatto capire al presidente Trump che difronte c’è una potenza missilistica dalle capacità imprevedibili, con la quale gli Stati Uniti, non possono entrare in guerra, semplicemente perchè troppo vulnerabili.

L’Iran non ha voluto fare vittime civili, con grande civiltà, ma ha anche fatto intendere che se avesse voluto, centinaia di americani sarebbero morti in un solo colpo.

Il presidente Trump non vuole perdere le elezioni e comprende che facendo morire centinaia di militari con inutili provocazioni, le sue probabilità di vittoria non aumenterebbero di certo.

La reazione degli alleati dell’Iran

Se l’Hezbollah libanese ha dichiarato per voce del suo leader, Seyyed Hassan Nasrallah, amico di Soleimani, che la morte del generale verrà vendicata “separatamente”, il più grande problema per gli americani ora è l’Iraq, dove il governo e la popolazione non li vuole ed ha ufficialmente chiesto il loro ritiro.

Il presidente Trump è arrivato a minacciare gli iracheni di bloccare 35 miliardi di dollari dei loro soldi per mantenere le proprie truppe sul suolo iracheno. Donald Trump non sa che tirare troppo la corda, potrebbe far esaurire la pazienza degli iracheni, che probabilmente ispirati dai cugini iraniani, prima o poi inizieranno un’azione nazionale contro le forze americane che senza fare complimenti, sono forze di occupazione. C’è chi lo ha capito, come la Germania, che ha trasferito tutte le sue forze in Kuwait, e chi, come l’Italia, che insiste a fare il tappetino degli americani e quindi mantiene i soldati in Iraq (mettendo pero' a repentaglio la loro incolumita').

Un passo indietro clamoroso

E cosi, anche se Donald Trump cerca di nascondercelo, il suo passo indietro dinanzi all’Iran è vistoso.

Ha messo le sanzioni ma l’Iran le aggira. Aveva cercato di sequestrare le petroliere, ma l’Iran aveva risposto diametralmente, costringendo Trump a rinunciare.

La Casabianca aveva mandato i suoi droni sui cieli dell’Iran ma sono stati abbattuti e Trump aveva detto di aver ordinato e poi ritirato un attacco all’Iran.

Il botta risposta Soleimani-basi Usa in Iraq, è l’atto probabilmente finale che dimostra a Donald Trump che l’Iran è un osso troppo duro per lui.

Non si sa ancora se Trump farà un secondo mandato o meno, ma lui o il suo successore, repubblicano o democratico, devono aver capito che l’unica soluzione è accettare l’indipendenza, la sovranità e la potenza dell’Iran, e optare, come fece Obama, per un accordo con questo Paese, erede di una civiltà millenaria.