“Non fermatemi…vado verso il giorno”- 2a parte
https://parstoday.ir/it/news/religion_islam-i210610-non_fermatemi_vado_verso_il_giorno_2a_parte
Sulla Via di Dio Tentare di dire come sono giunto all’Islam comporterebbe una sorta di autobiografia:
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Mar 10, 2020 04:09 Europe/Rome
  • “Non fermatemi…vado verso il giorno”- 2a parte

Sulla Via di Dio Tentare di dire come sono giunto all’Islam comporterebbe una sorta di autobiografia:

partirò da uno dei più significativi momenti del mio lungo cammino lungo il Sentiero del Giorno (così mi piace chiamare la mia vita alla ricerca della Verità e della Luce). Una notte della tarda primavera del ’69, reduce da una manifestazione milanese per la liberazione di uno studente arrestato a Pisa dalla polizia, mentre mi sembrava di essere in preda a una violenta febbre che credevo procuratami dalla tanta pioggia presa per via, sentii una voce ripetermi per parecchie ore: “Che cosa vai cercando fuori? Io sono già qui, dentro di te!“. Era una sorta di locuzione interiore, che non suonava come proveniente dall’esterno, e che tuttavia aveva un suo tono proprio, come dato ad un altro (anche se ciò avveniva nel più intimo di me stesso). Senza che si presentasse nominalmente, avvertii con meridiana chiarezza – in contrasto con il buio della stanza – che era Gesù a parlarmi, e le sue parole aprivano in me la strada dell’incontro con Dio. Ritengo questo evento l’inizio della mia vera conversione religiosa: tutto quello che seguirà, pur con novità significative e anche esistenzialmente decisive, non eliminerà mai quella primordiale intuizione, ma costruirà sopra di essa l’edificio della mia vita spirituale.

 

Alle spalle avevo una ribellione individualistico-estetizzante sotto il segno di Nietzsche e Gide, soprattutto; la rivelazione da un brano del “Critone” platonico che “Non vivere importa, ma vivere bene“; il risvegliarsi della problematica religiosa tramite Kierkegaard, Bardiajev e Simone Weil, e in particolare l’incontro con il clima monastico attraverso la “Montagna delle sette balze” di Thomas Merton e “Per strada” di Huysman, il rifiuto dell’alienazione del soggetto umano nella società capitalistica e un conseguente progressivo consenso alle tesi del marxismo-leninismo rivoluzionario; il primato, che appresi in Gentile, del pensiero pensante sul pensiero pensato, cioè del pensiero nel suo porsi sorgivo originario, sempre oltrepassante le sue produzioni “pensate”; la lezione della fenomenologia di Husserl sulla esigenza di una radicale e rigorosa ricerca fondativa del “senso”, a partire dalla esperienza precategoriale (spontanea, precedente ogni sistemazione razionalmente “pensata”) del “mondo della vita” (lebenswelt) e dalla specifica intenzionalità fungente di ogni soggetto (il referente fu Enzo Paci sia come docente universitario che autore dell’opera “Funzione delle scienze e significato dell’uomo“, dove tenta di “fondare” il marxismo con la fenomenologia). In una pagina di diario del 1966 annotai l’intuizione, che ebbi una sera d’inverno, della mia vita come consapevolezza vissuta nel segno della filosofia; gli eventi del ’68 contribuirono a potenziare al massimo gli stimoli intellettuali e “pratici” per una trasformazione della società in direzione del comunismo, verso la piena liberazione dell’uomo.

 

Il dolce e rasserenante presentarsi notturno di Gesù segnò l’inizio di un progressivo cambiamento, favorito anche dalla nuova strada che presero i miei studi e più generalmente la mia vita. Mi ero sposato nel 1970, a 25 anni, e il matrimonio mi generò l’esigenza di costruire una comunità autentica, realizzando ciò che avevo appreso da Husserl (annotai alcuni “progetti” sul retro di “Esperienza e giudizio“, quasi a porli sotto la tutela dell’amato maestro). La costante presenza di Dio, soprattutto a livello del “cuore”, m’indusse ad approfondire il cristianesimo cattolico, in cui ero stato formato; l’abbandono meditato del marxismo mi pose poi l’esigenza di una complessiva e integrale concezione della vita a cui riferirmi e in cui verificarmi. Negli anni ’70 e ’80 procedetti lungo un sentiero di ricerca sapienziale di cui puntualizzerò le principali direzioni.                                       Cominciai a familiarizzarmi con i Padri della Chiesa e i grandi pensatori del Medioevo, non trascurando tuttavia i successivi sviluppi del pensiero cattolico: particolare cura dedicai alla spiritualità in genere e alla mistica, intesa come via d’unione a Dio, che cercavo esemplificata nella vita dei Santi. Tentai poi di inquadrare le strutture portanti della filosofia occidentale, allargando lo sguardo anche all’Oriente, sempre privilegiando l’aspetto sapienziale e le vie di realizzazione spirituale. Cercai poi dei supporti in autori che hanno tematizzato l’esperienza religiosa, come Jung e Eliade tra gli altri; lo stesso feci coi pensatori cosiddetti “tradizionalisti”: alludo a Guenon, Schuon, Titus Burckhardt, Coomaraswami, Evola, De Giorgio…Affrontai anche vari aspetti del mondo della tradizione come il pensiero dei popoli senza scrittura e la loro musica, il canto gregoriano, il simbolismo cristiano nella liturgia e nell’arte, l’alchimia, la numerologia e ogni altro settore di ricerca che la mia insaziabile sete di sapere mi dischiudeva si può dire ogni giorno e i cui guadagni mi sforzerò di sintetizzare.

 

Il problema della verità mi occupò sempre con particolare intensità teoretica e profonda risonanza interiore, anche solo a sentir pronunciare la parola “verità”, per cui passai parecchio tempo a cercare nei lessici e negli indici analitici dei grandi filosofi e teologi pensieri e espressioni che me ne mostrassero aspetti sempre più propri e fascinosi. Come viatico avevo un passo del “De Trinitare” di S. Agostino: “Non cercare di sapere cos’è la verità, perché immediatamente si interporranno la caligine delle immagini corporee e le nubi dei fantasmi e turberanno la limpida chiarezza, che al primo istante ha brillato al tuo sguardo, quando ti ho detto: VERITA’. Resta, se puoi, nella chiarezza iniziale di questo rapido fulgore che ti abbaglia, quando si dice: Verità“; e ancora: “Questo è buono, quello è buono. Sopprimi il questo e il quello e contempla il bene stesso, se puoi; allora vedrai Dio, che non riceva la sua bontà da un altro bene, ma è il Bene di ogni altro bene“. Fu comunque Husserl a ridestarmi il senso della verità come missione filosofica integralmente coinvolgente la mia vita, specialmente con le conferenze di Praga e di Vienna nella “Crisi delle scienze europee”. Di Husserl ritenni soprattutto: a) La centralità fondativa dell’esperienza precategoriale del “mondo della vita”, a cui si deve ricondurre ogni percorso teorico e “pratico”, pena il decadere nel funzionalismo oggettivizzante e cosalizzante b) La trascendentalità dell’esperienza del soggetto in base a una intenzionalità fungente che va accuratamente esplicitata c) L’esigenza di abituarsi a considerare le cose senza pregiudizi, nei modi così come si presentano, essendo il presentarsi un elemento costitutivo dell’essere d) L’appello a una comunità di uomini secondo un atteggiamento e una pratica di autenticità esistenziale, realizzando il “fare la verità” del Vangelo di Giovanni. Mi colpì la critica di Bachelard alla fenomenologia di Husserl, che nel suo voler ricondurre l’oggetto della pratica teorica all’esperienza originariamente vissuta del “mondo della vita” finirebbe per eliminare la differenza e lo scarto tra soggetto e oggetto in una sorta di immediatezza unificante che alla per fine “annulla” il sapere discorsivo e lo stesso oggetto pensante-contemplante, che si fa tutt’uno con l’oggetto contemplato. Mi ricordai dei molti brani di Plotino sull’intuizione intellettuale, dove il soggetto veggente diventa la visione stessa, e mi trovai all’interno del misticismo speculativo medioevale. Ciò che caratterizza l’esperienza mistica è un’unione con Dio che travalica i rapporti dell’immaginazione e del pensiero discorsivo, e addirittura della stessa intuizione intellettuale nella misura in cui dice “due” e non “uno”. Si trattava di mostrare come questa unione non comportasse una identità d’essenza annullante la differenza ontologica tra Dio e l’uomo: passai per questo in rassegna tutto il filone mistico medievale, con particolare attenzione a Scoto Eriugena, Eckhart, Taulero e Nicola Cusano. Ma fu Ruusbroec, con la sua “unione superessenziale” che mi permise di collegare polarmente la Trinità e la creazione all’unità inesprimibile di Dio (per approfondimenti rimando alle voci “Jean Ruusbroec” e “Introversion” del “Dict. de Spiritualité“, Beauchesne, Paris).

 

Indagate le strutture della vita mistica, restava da elaborare, almeno provvisoriamente, la soggiacente metafisica. Nell’intendere questo termine mi avvicinavo a René Guenon, ma a differenza di questi ritenevo che ci fosse una tradizione filosofica occidentale – quella della “Philosophia perennis” – atta a fornire quella rete categoriale la quale, se pur allude soltanto alla purezza metafisica (che in quanto tale si impone da sé, senza discorso), è tuttavia necessaria sul piano della manifestazione contingente, che pure ci compete e riguarda dappresso, quanto meno come scala per un più alto ascendere. Platone, il neoplatonismo antico e medioevale, i grandi pensatori del Rinascimento (Ficino, Pico e Campanella), Jacob Boehme e Silesio, i Platonici di Cambridge, Leibniz, Rosmini: ecco dei nomi atti più a indicare un cammino che a esaurirne le articolazioni. Dei contemporanei, oltre a Husserl, mi aprirono alla domanda metafisica Severino, Heidegger, Hartmann, in parte Carabellese, e anche Wittengstein (proprio con i suoi “divieti”). Arrivai a formulare una metafisica di chiara impronta neoplatonica, che rispondesse al problema del procedere dei molti all’uno, della loro differenza a livello di enti e della loro unità a livello dell’essere: se individuai in Proclo i vertici di questo percorso metafisico, fu in Damascio Diacono che provai la vertigine ontologica allo stato puro, mentre nella “Teosofia” di Rosmini ritrovai i nodi teoretici di fondo della speculazione occidentale. Allargai lo sguardo al pensiero orientale, scoprendo nelle “Upanisad” e nell'”Advaita-Vedanta” posizioni analoghe: tutto ciò mi diede una grande gioia, quasi che mi si formasse sotto gli occhi una sorta di unità trascendente dello spirito umano. La mia ricerca metafisica, più che sfociare in una sistematica elaborazione, si articolava in un movimento interiore dello spirito, costituendone la vita più intima.

 

Fonte: http://islamshia.org/non-fermatemivado-verso-il-giorno-a-cura-di-hamza-biondo/