“Non fermatemi…vado verso il giorno”- 3a parte
Nella vita religiosa gli ostacoli non mancarono. Osservavo le pratiche stabilite dalla Chiesa, perché ho sempre ritenuto che ci debba essere una base esteriore a ogni approfondimento interiore: senza “lettera”, niente “spirito”!
Ma il cosiddetto “Rinnovamento post-conciliare” metteva in crisi, giorno dopo giorno, molte credenze e quasi tutte le pratiche religiose in cui ero stato educato, e che costituivano per me il riferimento prima per una vita cattolica; particolare disagio mi arrecò il nuovo rito della Messa, che mi sembrò un vero e proprio assassinio liturgico. Ma era tutta l’atmosfera ecclesiale a ferirmi e spesso disgustarmi: in poche parole, l’uomo veniva a prendere il posto di Dio! Un uomo dimezzato, ovviamente, visto quasi esclusivamente con le lenti della psicologia e della sociologia: il primato di una metafisica dell’intelligenza, proclamato dal tomismo e almeno ufficialmente privilegiato dall’autorità ecclesiastica, veniva sempre più messo da parte per lasciare il posto alle nuove fondazioni metodologiche, psico-sociologiche, ermeneutiche e simili, sempre in cammino senza mai pervenire alla meta! Sono invece fermamente convinto che il viaggio originario è già compiuto, nel senso che a un certo livello tutto è già da sempre; ma questo “essere-già da sempre” comporta anche l’apparire dell’evento che ci tange e coinvolge. C’è un piano primordiale indipendente dal tempo e dalla storia, che anzi ne è il supporto e insieme la liberazione; il ritrovare, grazie a S.H. Nasr e soprattutto a Henry Corbin, queste idee sviluppate nell’Islam Shiita mi spinse a interessarmi sempre più a fondo di questa religione. Per entrare nel vivo delle mie pratiche spirituali, seguivo le indicazioni dei mistici fiammingo-renani: distacco (Eckhart), abbandono (Tauler), introversione (Ruusbroec). Miravo a far “nascere” Dio nella mia anima, seguendo soprattutto i suggerimenti del “Sermone per le tre Messe di Natale” di Tauler. Una “sesshin” in un monastero zen mi fece scorgere nel non-attaccamento l’analogo del distacco-abbandono: illuminanti furono due testi di Trevor Liggett, purtroppo mal tradotti. Passavo ogni anno circa due mesi presso monasteri ed eremi: non è che vi trovassi spesso persone capaci di guida spirituale, ma molto mi giovava l’atmosfera prodotta dalla vita regolare e dal canto gregoriano, nonché la bellezza del paesaggio.
L’incontro con l’Ortodossia fu originato dalla entusiasmante lettura dei “Racconti di un pellegrino russo“, cui seguì quella della “Filocalia“, di Simeone il Nuovo Teologo, di Palamas e d’altri autori, soprattutto russi: la spiritualità dell’esicasmo e la pratica della preghiera di Gesù mi fecero capire l’importanza per la vita spirituale del corpo, anche in una prospettiva cristiana. Non vidi mai l’esicasmo in opposizione alla mistica dell’Occidente medievale, ma piuttosto come due vie complementari: se nella sequela di Eckhart e Tauler il distacco comporta l’uscire da se stessi perché Dio possa entrare (“nascere”) nel nostro “vuoto” (cioè nell’essenza di ogni attaccamento esterno e interno), nell’esicasmo il nome di Gesù – continuamente ripetuto – discende dalla mente al cuore.
La preghiera di Gesù, la salmodia, la meditazione “cordiale” delle Scritture erano gli strumenti principali della mia ascesi; cecravo di dipendere il meno possibile da condizionamenti esterni, spesso applicando il rosminiano “principio di passività”. Nella vita mondana, al di là del mio lavoro di insegnante, cercai a lungo una sistemazione concreta che permettesse alla famiglia di vivere in modo alternativo rispetto alle diaboliche strutture della società in cui vivevamo, ma per vari motivi fallii in questo intento, anche per la mancanza di fiducia di mia moglie per ciò che fosse veramente possibile e, soprattutto, augurabile per i nostri due figli. Vissi comunque anni che ricordo con diletto, occupato in studi, avventure spirituali, escursioni, viaggi spiritualmente significativi: visto da oggi, questo periodo mi sembra evidenziare una tendenza all’evasione, ma forse fu solo un modo per non lasciarsi stritolare.
Dalla metà degli anni ’80, cominciò a prender corpo in me una crisi sempre più generale, a partire dalla mia partecipazione alla vita ecclesiale e familiare. Ciò che avveniva nella Chiesa, con mio grave turbamento, fu dapprima da me accettato come una prova e una occasione per praticare il distacco e la non-considerazione. Ma venne il tempo in cui mi si impose di ricercare il perché della realtà che mi feriva, stimolato anche dalla frequentazione dei cattolici tradizionalisti seguaci di mons. Lefebvre. Una cosa mi colpì in loro: individuavano nella chiesa post-conciliare – quasi sempre corrispondente al vero – deviazioni e mutamenti decisivi rispetto al passato anche prossimo, ma senza individuarne le cause, tutto attribuendo a un “colpo maestro di Satana” tramite la massoneria, ebrei, democrazia, comunismo e affini. Ma io restavo insoddisfatto e mi chiedevo: come può accadere tutto questo? Mi resi conto che non si poteva rimproverare alla Chiesa che si comportasse in modo contraddittorio rispetto al passato, perché spesso nella sua storia aveva messo in atto innovazioni e cambiamenti, anche in modo radicale e deciso: si pensi alla introduzione del “Filioque” nel “Credo“, riguardo alla processione dello Spirito Santo, all’abolizione del Rito Mozarabico in Spagna, al dover uniformarsi delle tradizioni delle Chiese locali al centralismo romano, sempre più esercitante un primato magisteriale e burocratico. Mi consolavo pensando che almeno l’Ortodossia manteneva le sue tradizioni, ma mi ricordai del dramma dell’arciprete Avakkum e dei Vecchi Credenti in Russia. Giunsi a questa conclusione: la Chiesa poteva decidere cambiamenti che quand’anche non tocchino la sostanza dei dogmi, producono tuttavia gravi differenze e/o alterazioni nella pratica religiosa e nella vita di fede. Capii che questo avveniva perché, a differenza del Giudaismo e dell’Islam, il Cristianesimo mancava di una “Legge” (si pensi alla polemica eliminatoria di s. Paolo e di tanti Padri della Chiesa contro il giudeo-cristianesimo).
Gesù aveva portato una nuova Legge o si era limitato a rettificare quella di Mosé, come afferma esplicitamente il Vangelo di Matteo? Propendo oggi per ques’ultima soluzioni, senza dargli però un senso restrittivo: la rettificazione di Gesù comportava un profondo cambiamento della pratica legale di Israele, e per questo fu perseguitato e condannato a morte. La “nuova Legge” di cui parla Paolo consiste di fatto in ciò che decide la Chiesa sotto l’assistenza dello Spirito Santo, in modo definitivo a livello di dogmi, sempre riformabile per il resto. Cosicché, di fronte a presunte nuove esigenze del contesto storico-sociale, è legittimo introdurre cambiamenti che finiscono per compromettere la fedeltà alla Tradizione, addirittura snaturandone il concetto stesso: è il primato della libertà dell’individuo sull’ordine metafisicamente “oggettivo” dell’essere e dell’intelligenza, cui la volontà deve adeguarsi, pena un generale sovvertimento.
Conseguenze ancor più gravi avvengono al livello della vita spirituale: mancando una Legge protettiva, si perde ogni dimensione esoterica, per cui tutto è messo alla luce secondo le istanze del momento e gli umori del singolo, mancando una scuola tradizionale che educhi secondo le capacità e il compito di ogni individuo. Le Scritture sono anatomizzate da storici e filologi, oppure fruite non a partire da una tradizione spirituale che forma una catena tra maestro e discepolo, ma dal gusto e dalla sensibilità spirituale del singolo interprete: questo spiega lo iato creatosi nel Cattolicesimo tra i gruppi spirituali e mistici e le strutture dell’istituzione. In Oriente, almeno in ambito monastico, si può parlare di continuità più o meno viva di una tradizione, ma mi chiedo: ha davvero un fondamento inattaccabile? In nome di che cosa ci si può opporre a uno o più Patriarchi se decidono, magari con l’appoggio del potere politico, in introdurre palesi innovazioni? Si può certo invocare la “tradizione”, ma non la “legge” del Fondatore; per esempio, è impossibile ricorrere a Gesù per difendere il mantenimento della Messa Tridentina, o le antiche norme sul digiuno. Di fronte a questi dati che mi suonavano incontrovertibili, mi diedi a uno studio ancora più attento dei fondamenti delle più importanti tradizioni religiose.
Nel frattempo anche in famiglia cominciò una grave crisi: da una parte i miei familiari tendevano sempre più a conformarsi a costumi, pratiche e attese della società consumistica e senza Dio; dall’altra io stesso mi sentivo sempre più compresso nel pur marginale ruolo sociale che ricoprivo. Cominciai a pensare di “ritirarmi” dal mondo, magari a custodire uno dei tanti santuari isolati che lo richiedevano, per portare avanti una proposta spirituale rivolta anche a pochi, e che contribuisse a quella rettificazione generale della vita religiosa che mi sembrava sempre più ineludibile: proposi a mia moglie di trasferirci in un luogo che fosse compatibile con le esigenze di studio dei nostri figli, ma mi disse chiaramente che non se la sentiva. La convivenza in casa creava intanto sempre nuovi motivi d’attrito per cui decidemmo che avrei tentato una esperienza di vita eremitica col consenso dei miei, una volta terminati gli studi universitari del mio primogenito. Fui confermato anche dai consigli di autorevoli guide spirituali a verificare se questa era davvero la volontà di Dio nei miei riguardi.
La situazione in cui mi trovavo mi obbligava comunque a interrogarmi sulla mia adesione personale a dogmi e credenze del cattolicesimo: un’occasione mi fu fornita da un parroco che mi ospitò qualche giorno, il quale mi attribuì tendenze nestoriane e miranti in ogni caso a minimizzare l’umanità di Gesù in quanto Dio. Mi misi a fare ricerche e studi specialistici, e toccai con mano che la divinità di Gesù non è affatto scontata nei primi secoli del cristianesimo, e comunque non viene intesa nel senso che poi gli diede la teologia dei Padri greci; lo stesso dicasi del dogma trinitario.
Cominciarono allora a riemergere sempre più esplicitamente le rimosse perplessità sulla adorazione della umanità di Gesù; in ogni caso, avevo sempre ritenuto che essa fosse solo un tramite alla divinità, al mistero del Dio Uno-Trino. Ma Gesù uomo era veramente anche Dio? Certo io l’ho creduto, ma forse non con assenso totale: a voler esser precisi, ho sempre ritenuto che nell’uomo Gesù fosse presente in modo particolare e misterioso la divinità, ma non sono mai riuscito a vivere appieno il dogma di Calcedonia. Pregavo Gesù chiamandolo “Signore” e “Figlio di Dio”, ma non in senso proprio: pensavo alla sua nascita miracolosa per opera dello Spirito di Dio, ma mi era difficile accettare che il Verbo, in quanto parola di Dio, potesse farsi carne (Giovanni I); piuttosto era la Parola di Dio – o lo Spirito – non ad incarnarsi, ma a far nascere nella carne Gesù. In verità il dogma distingue la natura umana da quella divina, ma la proposta unità nella persona divina di Gesù mi suonava sempre più problematica. Aumentavano anche le difficoltà sempre incontrate nel dire che Maria è la “madre di Dio”; il ruolo svolto da Lei nella mia vita spirituale è bene espresso nella prima parte – quella evangelica – dalla “Salutazione angelica”, mentre la secondaria aggiunta medievale mi sembrò sempre un po’ forzata e inferiore di tono. Ma ancor più importante fu il prender coscienza che quando pregavo, pregavo soltanto UN Dio, spesso con la mediazione di Gesù; mai lo Spirito Santo come persona distinta, ma solo come “Spirito” dell’Unico Dio. La mia fede nel mistero trinitario cominciò a vacillare: mi accorsi che la Trinità era per me un obbligo mentale (così dice il dogma, dunque il lo proclamo!), e sempre più mi apparve come un modello teologico per render ragione di alcuni dati scritturistici e della tradizione, trasformatosi poi in dogma. La Trinità è strettamente connessa all’Incarnazione e al mistero della Croce: qui dovetti sempre ricorrere a interpretazioni “spirituali” per accettare che dovessi “bere” dalle piaghe del Crocifisso quel sangue che era la mia salvezza. Sentir parlare di un “Dio crocifisso” mi dava un forte fastidio, che diventava disgusto e nausea quando incontravo certe realistiche raffigurazioni della Passione, talvolta ai limiti dell’osceno. Sono proprio questi “segni” di una sempre più accentuata umanizzazione di Dio che hanno portato nell’ambito cristiano alla estinzione dell’aspetto esoterico, che solo garantisce l’autentica vita spirituale.
Le mie riflessioni critiche sui dogmi e la connessa vita spirituale si sono incontrate, negli ultimi anni, con le mie ricerche sull’Islam, cominciate negli anni attorno alla rivoluzione in Iran sotto la guida di Henry Corbin, un grande maestro verso cui provo una vera gratitudine: nonostante i limiti e la discutibilità di certe sue impostazioni, nessun studioso occidentale ha affrontato con tanta perizia e simpatia il mondo spirituale islamico, soprattutto shiita. Lessi poi le opere di S.H. Nasr, limpide per lo stile e la chiarezza espositiva, e quelle di altri autori occidentali: andai alla caccia, ovviamente, di versioni di classici del pensiero musulmano. Ma protagonista del mio approccio all’Islam fu la lettura in traduzione del Nobile e Sublime Corano: restai folgorato dalla bellezza e vivacità delle immagini, dalla misteriosamente allusiva profondità delle idee, dal tono generale di autentica e immediata rivelazione di Dio. Abbandonai presto il dubbio che tale Libro fosse frutto di una immagine esaltata e di un’abile finzione letteraria, trovando consensi anche presso certi islamologi cristiani come il gesuita Caspar. Entrai in contatto, per informazioni, con alcuni sunniti; li trovai di fede sincera, ma di un orizzonte intellettuale piuttosto limitato e con parecchi pregiudizi nel considerare l’immenso e multiforme patrimonio dell’Islam. Ebbi anche un fecondo colloquio con un sufi di ascendenza guenoniana, che mi raccomandò di restare cattolico e di non farmi musulmano, per non uscire dalla tradizione in cui ero cresciuto; il che non mi convinse molto, perché allora la realtà della conversione religiosa veniva in pratica cancellata. Aumentava sempre più dentro di me una prossimità spirituale con l’Islam, che credevo simile a quella che il monaco Henry Le Saux provò e concretamente visse per l’Induismo. Un amico sunnita mi diede istruzioni e testi per la preghiera rituale; una volta mi portò anche in moschea per la preghiera del pomeriggio, dicendomi poi che ero diventato musulmano, mentre la mia intenzione era solo quella di una partecipazione fraterna. A casa provai a recitare la Preghiera, spesso ricavandone dei benefici ma non riuscendo a trovare continuità di ritmo. Le letture di Corbin e Nasr mi orientavano verso gli Sciiti, quand’ecco mi capitò tra le mani il “Nahj al-Balagha” e andai in estasi: come era bello, eloquente, profondo, magistralmente efficace! (Ed era solo una traduzione parziale!). Vi ritrovai me stesso, la mia concezione del rapporto con Dio, l’idea di un “servitium” cavalleresco in una sete di combattimento e di sottomissione totale, per più salire e avvicinarmi a Dio. Recatomi in una libreria che pubblicava una rivista con articoli sullo shiismo per chiedere informazioni, la volontà di Dio fece sì che vi incontrassi uno dei più autorevoli e impegnati membri della comunità shiita in Italia, con cui feci presto amicizia. Grazie alla sua generosità, potei documentarmi con tante pubblicazioni di autori shiiti, trovandomi sempre più a casa mia. Partecipai poi alla festa dell’Imam ar-Rida e ultimamente a quella di Fatimah Zahra a Rimini. Cominciai a recitare regolarmente la Preghiera rituale e alcuni “du’à” in italiano e francese; iniziai a tradurre dal francese il “Du’à Kumayl“. Potevo a questo punto considerarmi musulmano? mi fu riferito che questo era il pensiero di qualche autorevole shiita che mi aveva conosciuto; comunque un illustre hojjatulislam mi consigliò di non aver fretta, e soprattutto di non sentirmi in colpa se incontravo ostacoli per via della mia formazione cristiana. Ma già nel ritorno in auto da Rimini mi sentivo musulmano, e i giorni seguenti consolidarono questa convinzione; desideroso di leggere nell’originale il Santo Corano e i classici dell’Islam, mi iscrissi a un corso di arabo che tuttora frequento con impegno di tutta la mia persona, per vincere con l’aiuto di Dio la mia insofferenza per le lingue.
A questo punto ritengo doverose alcune considerazioni personali sul mio approccio all’Islam. In esso vedo una religione integrale che abbraccia l’esistenza in tutti i suoi aspetti. A differenza del Cristianesimo, possiede una Legge; questa garantisce, come già dissi, la vitalità della dimensione esoterica, che è come la fonte, la polpa e il sigillo della vita spirituale. Essa inoltre permette di intervenire responsabilmente a livello sociale e individuale, rettificando il comportamento di singoli e gruppi, e soprattutto dirigendo la lotta per una società che abbia in Dio il suo Centro, il suo Garante e la sua Guida. Ho così deciso di conformarmi ai dettami islamici nella misura in cui li conosco e mi sono fatti conoscere da persone esperte: posso assicurare che ne ho ricevuto bene, gioia e pace dell’anima.
Particolarmente benefica mi riesce la pratica della Preghiera quotidiana: mai mi sono sentito così “essenziale” e vicino a Dio, teso in rettitudine e integrale sottomissione a realizzare la mia natura umana particolare, creata da Dio e a Lui chiamata. Grande è poi la luce che mi danno i versetti del Corano: nel loro insieme formano un immenso e luminoso oceano, su cui navigano le grandi figure dell’Islam. Sublimi sono i Detti del Profeta, ricchi di insegnamenti spirituali anche quando si riferiscono a umili fatti di vita quotidiana. Ma devo dire che la perla del mio cammino nell’Islam è la devozione ai Quattordici Puri (il Profeta, la figlia Fatimah, suo marito Alì e gli undici Imam suoi successori), in particolare l’Imam nascosto, l’Imam del Tempo. Qui sento battere il cuore dell’Islam, qui è la porta della vita spirituale fino alle più vertiginose profondità esoteriche; qui il legame mediatore con Dio, che con la “walayat” continua la guida della Sua comunità. In questa prospettiva il sigillo della Profezia non è un arresto, ma piuttosto il punto di partenza di un cammino di approfondimento e di integrale realizzazione. Purtroppo, oltre alle notizie contenute nelle pubblicazioni dei centri culturali sciiti, non è che esista molto sull’argomento nelle lingue occidentali. Fondamentali rimangono le opere di Corbin, sintetizzate nella “Storia della filosofia islamica“; assai utile è anche il lavoro di Amir-Moezzi, discutibile per molti aspetti, ma veramente prezioso perché alla traduzione francese allega in nota il testo arabo di numerose tradizioni attribuite agli Imam. Ma è nella magistrale Testi di dottorato di Christian Bonaud sulle opere filosofiche e spirituali dell’Imam Khomeyni che si trova a mio avviso il contributo unico alla conoscenza complessiva del patrimonio spirituale sciita: è un libro che andrebbe tradotto in italiano, o quanto meno fatto conoscere nei suoi punti fondamentali.
Una delle caratteristiche dell’Islam rispetto al Cristianesimo è l’ampio dominio riservato alla gnosi esoterica (l'”irfan“); nel mondo sunnita ciò invero trova spazio soltanto nel Sufismo, che supplisce – in modo per un certo verso simile a quello dei mistici della Chiesa – al blocco che l’ufficialità religiosa esercita verso ciò che compete alla gnosi. Nello sciismo duodecimano c’è invece il perfetto equilibrio tra l’aspetto exoterico della Legge e quello esoterico dell'”irfan“: se indispensabile è il supporto della Legge per una vera vita interiore, altrettanto si deve dire che grazie al tesoro dell'”irfan” la vita sociale di ogni musulmano è sempre vissuta in uno spirito d’intimo guidato ad avvicinarsi a Dio nella “Walayat“. Nell’Ismailismo invece, la squilibrata accentuazione dell’esoterismo e soprattutto la rottura della catena di successione dei Dodici Imam produce una disarmonia nella pratica globale dell’Islam. Personalmente trovo negli Imam delle Guide luminose ed efficaci, e ogni mattina leggo una preghiera d’impegno verso l’Imam nascosto: essi sono l’eredità lasciata dal Profeta alla sua comunità, e ci dirigono sia nei più semplici atti d’ogni giorno che nei viaggi nelle profondità gnostiche del cuore. Resto davvero sconcertato di fronte al rifiuto anche violento esercitato da molti sunniti verso la fede shiita nell’Imamato, e in genere verso le Tradizioni della Famiglia del Profeta: è come se amputassero una parte viva del corpo dell’Islam, e ciò senza motivo accettabile, anzi opponendosi alla volontà esplicita del Profeta! Personalmente ritengo che nel cammino che i Quattordici Puri indicano alla “Gente della Casa”, ci siano i presupposti, i contenuti e gli strumenti concreti di una perfetta realizzazione dell’uomo.
Prima di concludere è opportuno qualche chiarimento sulla mia posizione attuale verso il Cristianesimo. E’ nella mia schietta convinzione, sulla base di un’esperienza che certo deve ancora crescere, che niente di ciò è essenziale nella pratica cristiana di realizzazione spirituale vada perduto nell’Islam; in particolare, che la mistica dell’Unità della scuola fiammingo-renana trovi nei discepoli shiiti di Ibn al-Arabi e di Sohrawardi approfondimenti decisivi e ulteriori ampliamenti d’orizzonte. Non si può certo negare a Meister Eckhart d’aver espresso con mirabile concisione il “pathos” dell’Unità divina e dell’unificante processo di “ritorno” dell’uomo a Dio, al di là di ogni annullamento o dualità; ma è a quei pensatori musulmani che H. Corbin raggruppa sotto la denominazione di “teomonismo” – soprattutto ad Haydar Amoli – che va il merito d’aver dato il fondamento teorico pressoché definitivo e un organico sviluppo a quella corrente di pensiero che ha un riferimento imprescindibile nel neoplatonismo di Proclo e nei suoi successivi sviluppi e influssi. Le pagine di Corbin al riguardo sono a mio parere il più rigoroso e coraggioso tentativo di soluzione del problema dell’Uno e dei Molti, da sempre banco di prova per eccellenza dell’autentico pensiero metafisico. Se poi si rumina con la dovuta attenzione il già citato lavoro di C. Bonaud sul pensiero dell’Imam Khomeyni si vedrà come questa tradizione sia ben viva e operante ai nostri giorni, anche come fondamento dell’attività politica della guida della Rivoluzione in Iran (a conferma di quell’equilibrio tra exoterismo ed esoterismo che è una caratteristica costitutiva dello Sciismo duodecimano). Su questa base si potrebbe mostrare come le tesi principali dei mistici cristiani trovino un’adeguata sede e un ulteriore potenziamento, nei quadri della spiritualità islamica, soprattutto sciita. Lo stesso dicasi dell’Induismo: l’Advaita-Vedanta di Sankara si ritrova nella citata corrente teo-monista, più rispettosa della complessità dell’esistente, ma non meno rigorosa nell’affermare, al supremo livello, l’Unità dell’Essere. Tornando al Cristianesimo, credo sia opportuno presentare l’Islam non disperdendo le forze nella proposta nei meandri delle speculazioni teologiche, nelle sterili competizioni, ma evidenziandone quegli aspetti che soddisfano le esigenze spirituali delle pratiche cristiane; su ciò, comunque, dovrò per forza ritornare.
Mi ripeto infatti ogni giorno l’invito di Dio al Profeta a non lasciarsi turbare dal fatto che non esista un’unica comunità religiosa, ma di gareggiare nelle opere buone attendendo il Giorno rivelatore del Giudizio (Sura Al-Ma°ida, 48); così pure l’esortazione del Profeta ai Musulmani, irritati dal suono cristiano delle campane, a procedere a piccoli passi sino a trasformare quel suono nel dolce canto del muezzin.
Certo, se mi guardo indietro, individuo errori, rinvii, costanti disattese a mettere a frutto i doni ricevuti da Dio; anche mirando al domani, si accavallano problemi e concrete situazioni che vanno risolte, compiti che mi sembrano immani, e il pensiero dell’Ora sempre imminente a pungolarmi. Ma la grande e rasserenante forza che produce la testimonianza di fede disperde ogni nube, scioglie ogni incertezza, fuga ogni vile abulia: un recente colloquio romano con una grande autorità spirituale dell’Iran mi ha dischiuso delle prospettive per meglio conoscere l’Islam nella sua globalità, onde poter contribuire a una più efficace testimonianza nella mia amata Italia; ma tutto questo è veramente nelle mani di Dio, e mai come in questi giorni avverto chiaramente la mia umiltà e la pochezza delle forze rispetto a quanto mi è chiesto. Tuttavia se Iddio Clemente e Misericordioso mi ha chiamato, già maturo d’anni, sulla strada luminosa dell’Islam, a me non resta che sottomettermi integralmente alla Sua Volontà, operando secondo le mie forze ciò che mi sarà affidato come compito dalle Sue Guide illuminate.
Fonte: http://islamshia.org/non-fermatemivado-verso-il-giorno-a-cura-di-hamza-biondo/