Perché Deutsche Bank è una bomba pronta a esplodere (1a parte)
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Dalla Germania si susseguono ormai ogni giorno indiscrezioni sull’esistenza/inesistenza di un piano di salvataggio statale di Deutsche Bank.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Ott 04, 2016 04:07 Europe/Rome
  • Perché Deutsche Bank è una bomba pronta a esplodere (1a parte)

Dalla Germania si susseguono ormai ogni giorno indiscrezioni sull’esistenza/inesistenza di un piano di salvataggio statale di Deutsche Bank.

Posto che la multa Usa non è stata definita e che la banca ha finora negato aumenti di capitale, la questione è certamente tra le maggiori preoccupazioni della cancelliera Angela Merkel: in caso di necessità di Deutsche Bank (o di altre banche), è preferibile intervenire o no con nuovi aiuti pubblici? Dalla scelta potrà dipendere il futuro politico di Angela Merkel e la stabilità delle banche nazionali. Non ci sono molti dubbi su quale sarebbe la scelta della cancelliera se avesse piena libertà d’azione. Basti pensare a come si è comportato il governo tedesco prima dell’estate 2013: ha impegnato 250 miliardi di euro per le banche, senza i quali l’intero sistema tedesco sarebbe collassato. Nessun altro Paese in Europa ha impiegato così tanto denaro per il settore finanziario. Merkel ha utilizzato ingenti risorse pubbliche per evitare che il fallimento delle banche potesse scatenare il panico tra i risparmiatori.

Ma ora lo scenario è cambiato e Merkel non ha più le mani libere come allora. C’è il rischio di una tempesta perfetta, che può far esplodere le contraddizioni della Germania. Per la Merkel la strada degli aiuti di Stato, battuta con frequenza in passato, è diventata problematica per due ragioni: una esterna (le nuove regole europee, imposte proprio dalla Germania) e una interna (la perdita di consenso in vista delle elezioni di autunno).

Dal 2013 il governo tedesco, con un rapida giravolta (subito dopo aver completato i salvataggi), è diventato il paladino del mantra “non usare il denaro dei contribuenti per le banche”. Di questo principio nessuno dubita in generale. C’è un problema, però, che la Germania ha fatto finta di non ricordare: far pagare i risparmiatori (anche quelli con i titoli più rischiosi, come accaduto per le quattro banche italiane messe in risoluzione) può scatenare crisi di fiducia negli istituti, anche quelli sani. Inoltre, l’assenza di strumenti di protezione di ultima istanza espone le banche a una maggiore vulnerabilità (che, alla fine, rende anche più probabile l’effettivo utilizzo di risorse pubbliche).

Questi problemi non sono mai stati vissuti finora da banche in Germania perché il governo si era mosso per tempo prima del 2013. Da allora Merkel è passata sul versante opposto: la difesa dei contribuenti è stata rivendicata proprio dal Paese che li aveva difesi meno di tutti. Nei fatti il mantra della cancelliera Merkel è stato un altro: non utilizzare il denaro dei contribuenti tedeschi per le banche di altri Paesi. Questo interesse nazionale, travestito spesso da “rigore”, è stato il filo conduttore che ha unito la rigidità su burden sharing e bail-in (immediato e retroattivo) e lo stop a ogni condivisione dei rischi (attraverso backstop pubblico e garanzia comune sui depositi). L’Unione bancaria è rimasta zoppa. Questa situazione di fragilità ha messo in difficoltà le banche degli altri Paesi e le ha lasciate senza reti di protezione (quelle nazionali non sono state sostituite da meccanismi sovranazionali).

 

Fonte: formiche.net