Iraq: Baghdad chiede a Erbil annullamento referendum
Il Governo di Baghdad chiede l’annullamento degli esiti del referendum secessionista in Kurdistan per aprire trattative con Erbil, è quanto trapela da ambienti vicini al primo ministro Al-Abadi;
Erbil aveva offerto una sospensione degli esiti referendari per intavolare colloqui, e soprattutto porre fine alle operazioni che l’Esercito e le Hashd al-Shaabi stanno conducendo, riaffermando la sovranità del Governo centrale sulle vaste aree occupare dai curdi dal 2014.
Come noto, le ostilità sono state innescate dal referendum del 25 settembre, che intendeva porre sotto l’autorità del Governo Regionale Curdo (Krg) non solo i territori riconosciuti dalla Costituzione, ma anche quelli occupati nel vuoto di potere successivo alla spallata dell’Isis. La conseguenza delle pretese curde è stata l’operazione congiunta di Esercito e Hashd al-Shaabi, che hanno ricondotto sotto l’autorità di Baghdad tutti i territori annessi arbitrariamente dai Peshmerga.
Il ritorno di Kirkuk all’Iraq, insieme ai giacimenti petroliferi da cui è circondata, ha determinato un crollo verticale delle esportazioni petrolifere verso la Turchia, falcidiando le rendite con cui si sovvenzionava il Krg (e i clan che lo controllano). Mercoledì, le esportazioni dal Kurdistan verso il porto turco di Ceyhan sono scese a 252mila barili/giorno, da oltre 600mila che erano prima; le perdite per il Krg nella sola settimana in corso sono stimate in 200 ml di dollari. Un collasso che mette in dubbio la stessa sopravvivenza della Regione Autonoma Curda.
Per Baghdad, e per l’Asse della Resistenza, il semplice “congelamento” del referendum voluto da Barzani sarebbe comunque un implicito riconoscimento di un manifesto tentativo di smembrare l’Iraq; per chiunque rifiuti il tentativo di mantenere un’egemonia statunitense e israeliana nella regione, l’operazione tentata in Kurdistan altro non è che una tappa del piano per frammentare il Medio Oriente, sulla falsa riga del “Nuovo Medio Oriente” teorizzato nel 2006 dall’ex tenente colonnello Usa Ralph Peters per disarticolare l’area e mantenerne il controllo; di qui il totale rigetto dell’iniziativa curda.
Tuttavia, il nodo vero nell’inizio di trattative non è tanto l’archiviazione di una controversa iniziativa politica avversata da molti partiti curdi e ormai completamente fallita, quanto la consegna degli aeroporti e dei valichi di frontiera con la Turchia alle autorità di Baghdad; essere costretti a farlo significherebbe cedere il controllo dei traffici con cui i potentati che reggono il Kurdistan, clan Barzani in testa, si arricchiscono da anni.
Nel frattempo, la catastrofica sconfitta politica ha dato il via a una generale contestazione del presidente del Krg; Masud Barzani è infatti ritenuto, e non solo dall’opposizione, il responsabile di un disastro che sta mettendo in discussione ’esistenza stessa della Regione autonoma, a non dire delle sue autonomie. Le opposizioni chiedono le sue dimissioni e l’elezione di un Governo transitorio che si incarichi di negoziare con il Baghdad.
È evidente che, se Barzani fosse messo da parte, Baghdad ammorbidirebbe parecchio le sue posizioni; il Governo centrale, che ha superato con una evidente prova di forza ed efficienza lo scoglio curdo, troverebbe logico mostrarsi accomodante con chi, fra i partiti curdi, riconoscesse l’unità dell’Iraq e trattasse da posizioni ragionevoli.
Ovviamente, per Barzani sarebbe il definitivo tramonto di una carriera anche troppo lunga e segnerebbe la crisi del Kdp, il suo partito; in poche parole la fine di un lungo strapotere. Un epilogo difficile da accettare da chi si è finora considerato capo assoluto, ma con ogni probabilità un passaggio obbligato a cui lo costringeranno gli altri clan curdi, pena il totale crollo del Kurdistan.
di Salvo Ardizzone
il Faro sul mondo