Usa, altra versione dei fatti del 6 gennaio 2021
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WASHINGTON - I risultati delle elezioni del medio terimine negli Stati Uniti hanno confermato il ritorno della maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti di Washington.
(last modified 2024-11-17T02:54:12+00:00 )
Nov 26, 2022 06:30 Europe/Rome
  • Usa, altra versione dei fatti del 6 gennaio 2021

WASHINGTON - I risultati delle elezioni del medio terimine negli Stati Uniti hanno confermato il ritorno della maggioranza repubblicana alla Camera dei Rappresentanti di Washington.

Con questo è probabile che nei prossimi mesi verrà definitivamente chiusa l’indagine in corso sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 da parte di sostenitori dell’allora presidente uscente Trump. L’archiviazione con un nulla di fatto dei lavori della speciale commissione della Camera, composta quasi interamente da esponenti del Partito Democratico, potrebbe alla fine accontentare tutti, soprattutto in considerazione di un aspetto che sta emergendo anche a livello pubblico nelle ultime settimane, ovvero le prove della possibile complicità di elementi interni all’apparato della sicurezza degli Stati Uniti.La questione più delicata dell’intera vicenda sembra essere quella degli informatori che l’FBI controllava tra le file delle organizzazioni di estrema destra che hanno guidato l’attacco all’edificio che ospita il Congresso. Basandosi su fonti processuali nel quadro dell’incriminazione di alcuni partecipanti all’attacco, il New York Times e altri giornali americani hanno confermato qualche giorno fa come la polizia federale avesse propri uomini dentro ai gruppi più noti, cioè i cosiddetti “Oath Keepers” e “Proud Boys”.Almeno otto informatori si contavano tra questi ultimi, cinque dei quali andranno a processo il prossimo mese di dicembre per il loro coinvolgimento nei fatti. Uno di essi è l’ex leader, Henry “Enrique” Tarrio, i cui legami con l’FBI si conoscevano da tempo, mentre gli altri sono Joseph Biggs, Ethan Nordean, Zachary Rehl e Dominic Pezzola.La questione degli informatori negli ambienti dell’estrema destra trumpiana eversiva è evidentemente molto delicata, in quanto solleva l’interrogativo del ruolo – attivo o passivo – che possono avere svolto agenzie dello stato, come appunto l’FBI, o singoli funzionari appartenenti a esse nei fatti del 6 gennaio 2021. Queste implicazioni si possono dedurre anche dall’estrema segretezza con cui le informazioni sui militanti collegati all’FBI vengono trattate dai tribunali dove sono in corso i processi. Gli avvocati della difesa hanno recentemente sostenuto che il governo ha tenuto segrete per molto tempo centinaia di pagine di documenti che avrebbero potuto alleggerire la posizione dei loro assistiti, perché appunto impegnati a collaborare con l’FBI nelle settimane successive al voto di novembre 2020.Secondo i sostenitori dell’ex presidente, il proliferare di informatori della polizia federale nelle milizie confermerebbe la tesi del complotto contro Trump. In altre parole, l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021 o, quanto meno, gli episodi violenti accaduti in quell’occasione avrebbero fatto parte di un’operazione organizzata dall’interno dello stato per colpire lo stesso Trump, verosimilmente al fine di consegnarlo alla giustizia e distruggerne la carriera politica.Al di là delle ricostruzioni più o meno cospirazioniste, restano moltissimi i punti oscuri della vicenda, a cominciare appunto dal fatto che i preparativi per la mobilitazione, che puntava a impedire la certificazione della vittoria nelle presidenziali di Joe Biden, erano noti da molte settimane alle autorità, soprattutto all’FBI, e nulla fu fatto per ostacolarli. Sempre secondo quanto riportato dal New York Times, un informatore dei “Proud Boys” si sarebbe incontrato con il suo agente dell’FBI di riferimento la mattina del 6 gennaio 2021 e gli avrebbe inviato messaggi di testo in tempo reale durante l’irruzione dei rivoltosi a Capitol Hill.A questo proposito, vanno ricordati altri elementi emersi in seguito all’assalto. Forse il più sconcertante è il silenzio di oltre tre ore del dipartimento della Difesa durante l’attacco al Campidoglio nonostante le richieste di inviare rinforzi per sedare la rivolta. Solo tardivamente, quasi di certo dopo trattative o veri e propri scontri interni al governo uscente, sarebbe stato dato il via libera al dispiegamento di uomini della Guardia Nazionale.

 

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