Conflitto Russia-Ucraina, gli Usa e la guerra permanente
WASHINGTON - La crisi ucraina appare decisiva se si pensa alle resistenze diffuse all’offensiva anti-russa in tutti i continenti ad eccezione di Europa, Oceania e America settentrionale.
L’arroganza con cui Washington e la NATO hanno provocato il conflitto e cercato di isolare la Russia, anche attraverso pressioni sulla Cina, ha esercitato un’impressione straordinaria sul resto del pianeta, contribuendo a spostare gli equilibri a discapito dell’Occidente. Non può essere infatti un caso che Teheran e Riyadh abbiano entrambi consolidato i loro rapporti con Mosca dal febbraio 2022. Allo stesso modo, non sembra accidentale la visita in Russia del ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan al Saud, nell’immediata vigilia dell’accordo di Pechino o, ancor più, il viaggio di settimana prossima a Mosca del presidente cinese Xi.
Tornando al piano regionale, almeno in potenza la distensione iraniano-saudita finirà per isolare Israele, i cui ultimi governi hanno puntato moltissimo sulla normalizzazione dei rapporti con i paesi arabi, a cominciare dalla monarchia wahhabita. Se gli impegni presi a Pechino dovessero concretizzarsi, la creazione di un fronte anti-iraniano in Medio Oriente risulterà virtualmente impossibile, così come diminuiranno in maniera drastica le possibilità per Tel Aviv di tentare avvenute belliche unilaterali contro Teheran. Non solo, fonti coinvolte nei negoziati hanno rivelato al sito libanese The Cradle che il regime di Riyadh intende onorare la cosiddetta “iniziativa di pace araba” del 2002 che vincola la normalizzazione dei rapporti con Israele alla creazione di uno stato palestinese con capitale Gerusalemme.
Alla base della mediazione cinese c’è in ogni caso la necessità di favorire stabilità in Medio Oriente, condizione essenziale per assicurare alla Repubblica Popolare il flusso delle importazioni di petrolio e l’espansione dei propri progetti infrastrutturali in un’area strategicamente cruciale del pianeta. Di riflesso, l’ascendente cinese, assieme a quello russo, attraverso la stabilizzazione dei rapporti tra Iran e Arabia Saudita potrebbe incoraggiare la risoluzione di situazioni di crisi nella regione, spesso alimentate dagli stessi Stati Uniti.
Uno dei teatri in cui si misurerà il successo della mediazione cinese è quello dello Yemen, dove Riyadh combatte dal 2015 una sanguinosa guerra di aggressione contro i “ribelli” Houthis, appartenenti a una setta riconducibile allo sciismo e più o meno appoggiati dalla Repubblica Islamica. Potrebbe essere anzi il tentativo di districarsi dal pantano yemenita ad avere spinto l’Arabia Saudita a ristabilire i rapporti con Teheran, come confermerebbero recenti rivelazioni sull’opinione contraria di Washington a una soluzione diplomatica nel più povero dei paesi arabi.
Un altro fronte da monitorare è quello libanese. Qui è in corso da mesi una disputa politica sull’elezione del nuovo presidente, con Hezbollah e i partiti appoggiati da Riyadh che si scontrano senza risultati in attesa di un accordo tra i loro punti di riferimento regionali. Discorso simile vale per la Siria. La casa regnante saudita ha recentemente lanciato messaggi circa la piena “riabilitazione” del governo di Assad – sostenuto dall’Iran – dopo oltre un decennio di guerra alimentata principalmente da Riyadh, oltre che da Washington.
Il respiro regionale dell’intesa siglata venerdì a Pechino è d’altra parte insito nel documento sottoscritto dai due (ex) rivali. Iran e Arabia Saudita intendono impegnarsi per risolvere i conflitti mediorientali, alla luce anche dell’enfasi data dall’accordo alle questioni della “sicurezza”. Di questo aspetto ne ha parlato ad esempio The Cradle, richiamando l’attenzione sui protagonisti del vertice di Pechino. A sottoscrivere l’accordo sono stati infatti i rappresentanti di vertice dei Consigli per la Sicurezza Nazionale dei due paesi, accompagnati nella capitale cinese da esponenti delle rispettive agenzie di intelligence.
Per comprendere infine le ragioni dell’Arabia Saudita è sufficiente pensare al coinvolgimento nelle dinamiche multipolari sotto la leadership del principe ereditario Mohammad bin Salman (MBS). Dalla collaborazione con la Russia sulle politiche petrolifere nel quadro del “OPEC+” all’aspirazione a entrare a far parte dei BRICS, fino alle tensioni con Washington, i sauditi giocano da tempo su più tavoli per ricavare il massimo in funzione delle ambizioni di trasformazione del paese. Un progetto futuro, quello della casa regnante, che richiede stabilità e garanzie di sicurezza. Requisiti che corrispondono sempre più alle proposte provenienti dall’asse Mosca-Pechino(-Teheran) e sempre meno a quanto ha ormai da offrire un’America e un Occidente avviati verso il declino.
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