Dic 10, 2019 10:28 CET

Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso. Cari amici di Pars Today Italian, siamo lieti di accompagnarvi anche oggi con l’interpretazione semplice e scorrevole dei versetti del Corano, l’ultimo testo rivelato dal Signore e la Sacra Scrittura di un miliardo e mezzo di persone al mondo.

Da alcune puntate abbiamo avviato la lettura della 39esima sura del sacro Corano, la sura Az-Zumar (I Gruppi), meccana e dedicata per lo più, come vedremo, a concetti basilari dell’Islam come il Monoteismo e la Resurrezione dopo la morte. Prende nome dai versetti 71 e 73.

 

Ecco il versetto numero 29 della sura dei Gruppi o Az-Zumar:

 

«ضَرَبَ اللَّـهُ مَثَلًا رَّجُلًا فِیهِ شُرَکَاءُ مُتَشَاکِسُونَ وَرَجُلًا سَلَمًا لِّرَجُلٍ هَلْ یَسْتَوِیَانِ مَثَلًا  الْحَمْدُ لِلَّـهِ  بَلْ أَکْثَرُهُمْ لَا یَعْلَمُونَ»

Allah vi propone la metafora di un uomo che dipende da soci in lite tra loro e di un altro che sottostà ad un [unico] padrone. Sono forse nella stessa condizione? Lode ad Allah, ma la maggior parte degli uomini non sanno. (39:29)

 

Qui il Corano invita le persone a riflettere su una questione. È più facile la vita di un servo che ha un unico padrone, o quella di un servo che ha più padroni che per giunta sono in lite tra di loro. È chiaro che i molteplici padroni, danno ordini talvolta contraddittori al servo, che quindi si trova in una situazione di smarrimento. Questo servo finisce sempre per avere uno dei suoi tanti padroni insoddisfatti, e quindi viene punito in continuazione.

Secondo i versetti del Corano, quando Giuseppe d’Egitto andò in prigione, usò lo stesso ragionamento per convincere i carcerati ad accettare il monoteismo e la fede nell’unico Dio.

È chiaro che si tratta solo di una sorta di parabola per far comprendere agli associatori ed ai pagani, che la loro situazione è complicata e che la loro pace interiore dipende da più divinità, mentre per i monoteisti, vi è un unico Dio Onnipotente. È chiaro che questo non è l’unico motivo per diventare monoteisti e quindi non è un ragionamento sufficiente, ma espone quello che è in effetti uno dei vantaggi, anche abbastanza tangibili e comprensibili, del culto monoteista rispetto a quello politeista.

Secondo gli esegeti, è anche un tentativo per far comprendere alle persone che l’adorazione di questa o di quell’altra divinità, è come collocare il proprio spirito in una prigione.

Dalla breve riflessione su questo versetto apprendiamo che:

Primo – Quando l’uomo è monoteista, nella sua vita, pensa sempre a soddisfare l’unico grande Dio. Chi crede in più divinità, cerca di soddisfare tutte le sue divinità, cosa che diventa impossibile e lo rende instabile.

Secondo – Le conseguenze del monoteismo e del politeismo non si limitano solo all’altra vita, ma si palesano anche in questa vita mondana e materiale ed influiscono soprattutto sul nostro stato d’animo e sulla nostra psiche.

I fedeli, sono sempre felici e pieni di speranza mentre i miscredenti sono sempre preoccupati.

Ed ora leggiamo i versetti numero 30 e 31 della sura Az-Zumar o dei Gruppi:

«إِنَّکَ مَیِّتٌ وَإِنَّهُم مَّیِّتُونَ»،

 

Indubbiamente tu dovrai morire ed essi dovranno morire; (39:30)

 

«ثُمَّ إِنَّکُمْ یَوْمَ الْقِیَامَةِ عِندَ رَبِّکُمْ تَخْتَصِمُونَ»

poi, nel Giorno della Resurrezione, polemizzerete [tra voi] davanti al vostro Signore. (39:31)

 

Sia i credenti che i miscredenti raggiungeranno la morte e nessuno, in questo mondo, vivrà in eterno. Persino i profeti, che sono prescelti del Signore, sono un’eccezione a questa regola. Questo versetto si rivolge in pratica ai nemici del profeta che auspicavano la sua morte; il profeta dell’Islam un giorno morirà ma anche i suoi nemici moriranno. In un’altra parte del Corano, il versetto 34 della sura dei profeti, troviamo un concetto simile, e lì il Signore ricorda al suo messaggero che anche se un giorno lui morirà, nemmeno i suoi nemici vivranno in eterno.

Bisogna capire però che la morte non è la fine, ma solo un passaggio verso l’altro mondo, dove benefattori e malfattori si incontreranno e discuteranno della giustizia e dell’ingiustizia delle loro azioni. Dalla riflessione su questi versetti apprendiamo che:

Primo – La morte per gli uomini è un qualcosa di inevitabile, una tradizione del Creato divino ed un concetto che non ammette eccezioni.

Secondo – Nel Giorno del Giudizio, i diversi gruppi avranno modo di parlare ed argomentare e da quanto si evince dai versetti, si incolperanno a vicenda delle proprie malefatte, ed infine, sarà il Signore giusto e potente a giudicare tra gli uomini.

Ed ora leggiamo il versetto 32 della sura Az-Zumar:

«فَمَنْ أَظْلَمُ مِمَّن کَذَبَ عَلَى اللَّـهِ وَکَذَّبَ بِالصِّدْقِ إِذْ جَاءَهُ  أَلَیْسَ فِی جَهَنَّمَ مَثْوًى لِّلْکَافِرِینَ»

 

Chi è più ingiusto di colui che inventa menzogne contro Allah e smentisce la verità quando essa [gli] giunge? Nell'Inferno non c'è forse una dimora per i miscredenti? (39:32)

 

Qui si parla di un gruppo di persone che ascoltano la parola divina, che comprendono che è pura verità e che nonostante ciò la rinnegano per questioni di interessi e per poterlo fare, s’inventano falsità addossandole a Dio. In primo luogo, il versetto si riferisce ai contemporanei del profeta, che seguendo il politeismo, potevano trarre da esso vantaggi economici mentre il monoteismo e le leggi giuste dell’Islam, mettevano a repentaglio i loro guadagni illeciti facendo venir meno anche la forza di lavoro schiavile, visto che l’Islam aboliva la schiavitù. Con una visuale più ampia, però, il versetto si potrebbe riferire anche a persone della nostra era, o persino del futuro, che pur comprendendo la verità nascosta nella religione, la contrastano e ne rinnegano la giustizia per questione di interessi, di denaro e di potere.

Dalla riflessione su questo versetto apprendiamo che:

Primo – La peggiore delle ingiustizie è quella culturale e ideologica. Il peggior tipo di ingiustizia ideologica, è quella di addossare falsità a Dio e falsificare la Sua parola.

Secondo – Le persone capricciose e ottuse si rifiutano di accettare la verità senza dare ascolta alla voce della loro stessa coscienza e della loro stessa ragione, che conferma l’esattezza dei concetti religiosi.

Davood Abbasi